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Un diario di viaggio nella vita di un rapper di L. A.

Non prendeteci per ossessivi, se torniamo sugli stessi temi. L’attenzione corre dove le cose succedono.

5 Febbraio 2013 alle 00:00

Non prendeteci per ossessivi, se torniamo sugli stessi temi. L’attenzione corre dove le cose succedono. E da tempo, nella meno letteraria delle città americane, Los Angeles, si scrive il futuro del pop, in una lingua strana, postnarrativa, corrotta e contaminata, che contiene tutte le altre forme di narrazione – cinema, tv, Web, perfino Storia. Il formato che ne nasce è un’evoluzione di quello che fu chiamato rap, poi si mescolò con il pop, poi assunse potere commerciale e ambizioni culturali, ma che adesso, ereditato dagli artisti che nel 2013 hanno vent’anni, è cosa diversa, che sfugge alle definizioni di genere ma afferma la volontà d’essere prima di tutto comunicazione psicologica ed estetica d’una condizione di vita e di uno stato mentale. E che così, vista la sbalorditiva qualità dei prodotti che da questa scena arrivano, diviene la migliore cronaca culturale del presente americano. Il bello è che tutto ciò a L. A. sta avvenendo in laboratori diversi per impronta, intenzioni e perfino per idioma. Non vogliamo qui certo tediarvi coi distinguo sull’utilizzo dello slang losangelino da parte di gruppi differenti all’altezza degli anni Dieci (una lingua che, cercando letterarietà, diventa estranea a chi ne conosca la versione “globale”, rivelandosi introversa, gergale, astrusa e rabbiosa). Ma vi abbiamo spesso parlato della mega-crew Odd Future, sotto le cui insegne agiscono tanti rapper, musicisti, producer, filmaker, stilisti, disegnatori, e delle prerogative inedite di questa gente, come le origini socialmente normali, senza obblighi di “ghetto” e di “gang”, accompagnate dalla totale indolenza sociale, da uno slackerismo estremo che sfocia in ironia, da grosse dosi di autodistruttività, come non se ne vedevano dai tempi di un altro stile che coincise con una crisi – il punk. E poi il machismo ridicolizzato come pura volgarità, la totale assenza di armi nell’iconografia della crew, la surreale demenzialità dai riflessi tragici che domina queste produzioni, la religione del piccolo gruppo e la sacralità degli affetti privati, e poi il senso dell’effimero, l’angoscia del distacco – da tutto, dall’età d’oro, dalla propria gente, dal proprio posto.
Accanto a questi favolosi ragazzini, c’è almeno un altro gruppo creativo che fa faville. Qui il motore è un veterano assoluto della scena, uno degli originatori, uno che c’è sempre stato e che ha comandato come uno zar: Dr. Dre, che per le sue stanze ha visto transitare l’aristocrazia del rap West Coast. Ebbene, la sua ultima venerata creatura è una crew di figli della città sottoproletaria – di nuovo il ghetto degli stereotipi, delle volgarità e delle aberrazioni, dove il rap sembrava morire tra violenza, luoghi comuni, avidità e trucchi e dove invece Dre ha miracolosamente di nuovo distillato poesia. L’effimera crew in questione si chiama Black Hippy, e a un suo membro avevamo dato spazio tempo fa: Schoolboy Q, col suo bellissimo “Habits & Contradictions”. Ora è un altro del gruppo, sempre sotto l’egida di Dre, a prendere il volo con un album grande quanto un romanzo di Fitzgerald: si chiama Kendrick Lamar e il suo disco è “Good Kid m.A.A.d City” – capolavoro multimediale, se passate l’espressione. Lasciamo perdere la tecnica di questo venticinquenne rapper di Compton, e la morbida produzione di Dre che guarda a certi album di Outkast e Roots fine anni Novanta. Quello che strega è il concept di questa opera autobiografica che racconta del giorno in cui Lamar prende in prestito il van di sua madre per andare a trovare una ragazza di nome Sherane, affrontando un viaggio iniziatico nello stile di vita della sua gente, nell’incubo della droga e delle tentazioni, nel destino di morte che può divorare un ragazzo come lui.

Lamar spiega che quell’acronimo “m.A.A.d” sta per “my angry adolescence divided” ma anche per “My angel’s on Angel Dust” con riferimento alla sostanza tossica di cui è stato a lungo schiavo. Giustificazioni non richieste. Perché poco può essere circoscritto qui a parole se non che crisi sociale, violenza, cultura delle armi, ossessione sessista, disgregazioni familiari e soprattutto il dramma della crescita fuori dal radar delle opportunità sono qui rappresentate, prima che raccontate, con una potenza nucleare. L’hip hop decolla da questo disco verso strade nuove, rinunciando al sorriso di Tyler the Creator per abbracciare il dramma (ma non gli stereotipi gangsta), facendosi sublime teatro tragico contemporaneo. E’ un’altra via, opposta a quella di Odd Future (che a sua volta sta divaricando la sua dalla blaxploitation), ma che conferma che c’è una vita pazzesca e vibrante, per le strade della città più superficiale del mondo. Che spedisce in soffitta le ubbie sul perché comporre un’altra canzone o perché farne il proprio manifesto intellettuale. Già: “Good kid m.A.A.d city” è il “Less than Zero” di questi strani anni.

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