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Due nomi da seguire per capire i nuovi sound inglesi e americani

Nomi. Vi diamo un nome che, per quanto ostico, converrà imparare per tenersi al corrente delle novità da conoscere, nell’anno cominciato da poco.

29 Gennaio 2013 alle 00:00

Nomi. Vi diamo un nome che, per quanto ostico, converrà imparare per tenersi al corrente delle novità da conoscere, nell’anno cominciato da poco. E’ Laura Mvula, 26enne inglese di Birmingham, ascendenze sudafricane, pelle nera, capelli rasati. Laura è “annunciata” in modo straordinario Oltremanica, dove le vengono assegnati riconoscimenti (Bbc la indica tra i Sounds of 2013, per esempio) prima ancora che avvenga il debutto discografico ufficiale. Ma basta ascoltarla pochi minuti per dissolvere i dubbi e capire che stavolta c’è davvero fuoco sotto la cenere e di quelli destinati ad ardere forte. “Sono la secchiona del rhythm’n’blues” dice di sé Laura, preoccupata d’essere alla vigilia del confronto con un mercato affollato in modo parossistico, come quello attuale delle vocalist. Il fatto è che la sua qualità è davvero straordinaria e l’attenzione con cui la Rca sta procedendo al suo lancio rivelano che l’operazione è di quelle su cui si punta forte. Anche se tutto ciò che si può sentire finora è un Ep, “She”, che costituisce un’anticipazione di ciò che ascolteremo a metà marzo, quando uscirà “Sing to the Moon”, il suo primo album vero e proprio. Dunque l’invito è di avvicinare subito questa voce tersa, netta, tagliente come una pietra preziosa e magnificamente educata dagli studi di conservatorio che Laura ha brillantemente completato. Gli addetti ai lavori, per definirla, utilizzano paragoni impegnativi: prima Nina Simone e subito dopo Amy Winehouse, ma è per lo più una suggestione che proviene dall’ambientazione sonora, perché poi la qualità vocale di Laura è diversa e piuttosto s’apparenta con il tanto jazz che ha ascoltato in casa grazie a suo padre e ai gruppi gospel nei quali ha militato da ragazzina, presto affinata ottenendo i primi contratti nei musical Disney. Il Guardian in delirio entusiastico, ha scritto che sentirla cantare è vedere Billie Holiday capeggiare i Beach Boys, e d’altronde lei stessa, intervistata, ammette d’aver consumato anni su YouTube a studiare i video della Simone. Il risultato è comunque stupefacente: il fraseggio prima di tutto, che evoca la tromba di Miles o un moderno violino prodigioso. E poi la costruzione musicale in cui la voce di Laura si moltiplica e diventa corista e contrappuntista di se stessa, in un gioco di specchi del quale proprio “She”, la title track dell’Ep è uno splendido esempio. A questo punto, per definire la portata dell’operazione-Mvula, va detto che alle spalle dell’artista agisce con perizia Tom Elmhirst, il produttore che ha trasformato in blockbuster Adele e Amy Winehouse, dopo essersi istruito alla scuola degli hit di Trevor Horn. La sensazione, agrodolce, è che abbiano trovato il personaggio e la voce giusta per riempire il vuoto lasciato da Amy, con la sua dipartita. Ma di queste strategie Laura Mvula non ha certo colpa. Il suo mondo è interamente musicale (“non lo nascondo: per me le parole vengono dopo”) e le canzoni che ce l’hanno fatta conoscere hanno poderosi ingredienti estetici quanto intellettuali, hanno ricchezza, vastità e un generale splendore, che lasciano senza fiato. Dev’essere uno di quei casi nei quali il talento è accuratamente allevato ma che poi, al momento di presentarlo, esplode di un impeto espressivo tutto suo, autonomo. Una voce e una musica così faranno proseliti. Seguiamone l’avvento.

Nomi.
Una nota più breve ma non secondaria per un altro signore che invece ha il più banale dei cognomi, “Bianchi”, in versione Usa Matthew E. White da Richmond, Virginia, città che da tempo si sta segnalando tra le artisticamente più vivaci d’America. Matt è un tipo grosso e barbuto, con poco physique du rôle se lo prendete dal punto di vista del musicista “indie”, ma invece perfettamente in tono con la staffetta delle mastermind che stanno governando l’attuale scena d’oltreoceano (chessò, Rick Rubin). Ora White ha fondato un’etichetta sua, la Spacebomb, con cui vuole lanciare i talenti sommersi della sua città, e poi ha pubblicato un disco a proprio nome “Big Inner” che è, prima che altro, una rara sintesi di citazioni di qualità, da Randy Newman a Burt Bacharach, da Curtis Mayfield a Sufjan Stevens, da M. Ward a Jorge Ben, da Sun Ra a Kurt Wagner/Lambchop. La voce bassa e pacifica di White poggia quasi sempre su arrangiamenti complessi e ambiziosi, che spaziano dal tropicalismo alla Stax, da alt-country al vecchio soul, grazie soprattutto alla resident band della sua label, in pratica fiati e archi, reclutati tra i giovani musicisti in città. “Big Inner” è una piccola perla, una ricchissima, stimolante avventura intinerante nella musica americana, allorché viene consumata, digerita e riplasmata da un artista sofisticato come Matthew. Manca qualcosa? Forse capire chi sia davvero costui, oltre che un appassionato, un fan, un conoscitore, un archeologo e un notevole interprete. Ma la lista dei musicisti veri, americani, quelli a 360 gradi che continuano la tradizione della lista sopra esposta, s’allunga di un altro bel nome. Bravo.

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