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Le due vere chicche musicali del 2013

Un paio di strane storie d’inizio anno. La prima accade a L. A., capitale mondiale dello spettacolo e dove perciò è possibile che vadano in scena anche le famose tempeste in un bicchier d’acqua. L’altra cosa da raccontarvi, è una di quelle insperate scoperte casuali.

8 Gennaio 2013 alle 00:00

Un paio di strane storie d’inizio anno. La prima accade a L. A., capitale mondiale dello spettacolo e dove perciò è possibile che vadano in scena anche le famose tempeste in un bicchier d’acqua. Come quella che coinvolge colui che, a nostro insindacabile giudizio, è stato l’artista del 2012 (approfittiamo dell’evenienza per rilasciargli questo certificato, con tutto l’affetto possibile) ovvero Frank Ocean, autore e interprete di “Channel Orange”, disco numero uno degli ultimi dodici mesi e anche la rivelazione più luminosa che ci sia capitato d’ascoltare da molto tempo a oggi, dotato della stessa deflagrante intensità di Stevie Wonder le prime volte che lo sentimmo cantare seriamente e capimmo che la musica nera costituiva un affare collettivo terribilmente seducente. Ecco: il giovane Frank ha lo stesso potere e la stessa forza, le canzoni che ci dà sono indimenticabili e il giro di amici e artisti da cui proviene, quello identificato con l’atipica crew losangelina degli Odd Future, ci pare oggi la consorteria delle nuove idee, nella quale (e nelle quali) crediamo con dedizione. Ma dicevamo dell’affaire-Ocean. Accade che durante i mesi scorsi lo stimabile Quentin Tarantino stesse completando il suo nuovo film, quel “Django Unchained” nel frattempo già spuntato anche nelle nostre sale, in modo da sancire il ritorno in scena di questo bizzarro genio. Ebbene, attento com’è alle cose della musica moderna, in particolare della California dove abita, Tarantino non s’era fatto sfuggire l’occasione di commissionare a Frank Ocean, del quale era divenuto subito fervente ammiratore, un pezzo per la colonna sonora della pellicola. E Frank ha acconsentito e, con quel tocco magico del quale oggi è dotato e domani chissà – davvero qualcosa di speciale – ha scritto e registrato “Wiseman”, ballata che definire meravigliosa è un atto di giustizia. Ebbene, con gran sorpresa dell’ambiente, Tarantino alla fine ha scartato il pezzo dalla soundtrack del film, affrettandosi a giustificare così la sua scelta: “Frank ha scritto una fantastica canzone, piena d’amore e poesia, ma nel film non c’era la scena giusta per ospitarla. Avrei potuto buttarla in mezzo, a un certo punto e per qualche secondo, ma non è per questo che è stata scritta. Non ho voluto offendere lo sforzo prodotto da Frank. E’ fantastica, e chiunque la ascolterà se ne renderà conto”. Insomma: bravo ma no, grazie. Uno smacco, al quale Ocean non ha mostrato l’altra guancia, twittando il seguente commento: “Senza la mia canzone Django sta male”. E ha ragione perché nel volo di quei tre minuti di musica, “Wiseman” tocca in modo mistico i temi-cardine della poetica di Ocean, la moralità, la mortalità, la fisicità e soprattutto le insanabili contraddizioni e debolezze della condizione umana – scusate se è poco: “L’uomo cattivo non eiste / nessun uomo è malvagio/ e io so che l’uomo buono non esiste/ non c’è nessun uomo pio / non esiste l’uomo forte/ e nemmeno l’immortale/ il debole non esiste/ esiste solo carne e sangue”. Quando cominciamo siamo tutti uguali, giudicare è fuorviante, crescere e cambiare sono i fattori che ci congiungono con lo spazio e il tempo. Bene: la buona notizia è che per reagire al brutto affronto, Frank Ocean ha regalato al mondo la canzone, scaricabile gratis nel suo sito. Ascoltatela e fatevi un’opinione. La seconda osservazione è che noi, fossimo nati Tarantino, per un pezzo così una scena l’avremmo concepita e girata. Ma ai maestri una tal cosa non è lecito dirla. L’altra cosa da raccontarvi, è una di quelle insperate scoperte casuali. Ascoltiamo un disco per caso e scopriamo un grande artista e l’universo che porta con sé. Dobbiamo spostarci in Ghana, ad Accra, in quello spicchio di buona vita tra le turbolenze africane del secondo Novecento. Alla corte di Fela Kuti lavorano tanti musicisti bravi quasi quanto il sovrano indiscusso. Uno di loro si chiama Ebo Taylor, classe 1936, chitarrista, compositore e bandleader, attivo dalla fine dei Fifties e già nel 1962 alla testa dei Black Star Highlife Band che portarono a Londra un suono afrobeat. Ora la benemerita etichetta Mr. Bongo riedita nella label “Classic African Recording” due album di Taylor, il primo che porta il suo nome e risale al ‘77 e il secondo, “Conflict” in coabitazione con Uhuru Yenzu. Sono due capolavori del suono highlife, per come mescolano suoni della tradizione africana con influenze coloniali britanniche, dando vita a un’impareggiabile combinazione di ritmiche funk, canti angelici, coloriture jazz e spontaneo ottimismo. Il vecchio Ebo oggi parla della sua musica come del tentativo di far evolvere il suono afro fino a ottenere l’attenzione di tutto il mondo. Se ascoltare un disco di 35 anni fa provoca l’effetto di queste tracce – febbrili, elettrizzanti, contagiose, supersexy – possiamo dire che mister Taylor abbia condotto al meglio il suo esperimento e abbia centrato l’obiettivo. E una nota di merito va alla distribuzione Good Ones, che rende reperibili questi dischi nel nostro paese.

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