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L’eresia delle ipotesi, un ex Beatle alla voce e un ex Nirvana alla batteria. Una vera bomba

Ci risiamo coi benefit e col lato buonissimo delle star. La brutta notizia è che se c’è un benefit, significa che c’è stata qualche tragedia da sanare, da ungere col magico balsamo del rock’n’roll, semmai n’è esistito uno.

19 Dicembre 2012 alle 00:00

Ci risiamo coi benefit e col lato buonissimo delle star. La brutta notizia è che se c’è un benefit, significa che c’è stata qualche tragedia da sanare, da ungere col magico balsamo del rock’n’roll, semmai n’è esistito uno. La notizia positiva è che se si fa un benefit oggi, tocca inventarsi qualcosa, perché gli Who e i Rolling Stones sul palco che “semplicemente” suonano, mica fanno più sensazione. Perciò, quanto alla serata “12.12.12” che ha raccolto dollari per i disastri di Sandy, ci sono diverse storie da raccontare, al di là della parata di vetuste celebrity a disposizione dell’evento, perché a fine carriera essere invitati su una ribalta del genere è un’opportunità, mica una concessione dell’artista. Ma passiamo ad alcuni eventi andati in scena sul palco del Madison. Il primo è lo “strano incontro”. Perché, non prendiamoci in giro, non è che Paul McCartney canti e assuma movenze da leader in un’imprevedible reunion dei Nirvana, e noi facciamo finta di niente. Perché i Nirvana era impossibile che si riunissero anche per una singola canzone, per un motivo semplice: la non sostituibilità di Kurt Cobain. L’impossibilità anche solo di pensarlo. L’eresia dell’ipotesi. A meno che. A meno che un Beatle, anzi l’unico Beatle sopravvissuto che poteva farlo, si degnasse d’occupare il posto del biondino. Per messinscena, s’intende. Il rock è messinscena, illusione, mito. Ma una cosa così, sia pure nella sfera del divertissement, pareva improponibile. Invece l’hanno fatto (e replicato sabato al “Snl”). Con solo un paio di telefonate. Che è il tipo di cose che Dave Grohl sa combinare, motivo per cui ci sembra credibile prevedere per lui una solida carriera politica: lui è un iperattivo, un sociale, un insicuro, un dinamico, un fuoco d’artificio. La sua voglia di fare è contagiosa, metti su un gruppo con lui e mezz’ora dopo ci investi tutti i soldi che hai. Perciò, coi Foo Fighters in parcheggio, Grohl s’è dato al cinema e ha diretto “Sound City”, il film che ricostruisce la storia degli omonimi studi di registrazione di Hollywood che avrebbero “dato un suono e una casa al rock’n’roll”. La pellicola andrà al Sundance e dal febbraio si potrà vedere in download (10 dollari), nel solco magnificato da Larry Clark con “Marfa Girl” e che sta prendendo piede: cinema on demand a domicilio, nell’istante dell’uscita del film. Siccome Grohl è un celebrativo, vuol fare qualcosa di eccezionale da immortalare nel film, e cosa può esserlo più della reunion impossibile? Intuisce che McCartney può, per 3 minuti, stare perfino nelle scarpe di quel Kurt che gli incuteva soggezione (l’unico di cui Grohl aveva paura – parole sue: paura che lo licenziasse, sebbene fosse il più bravo batterista in circolazione). E così nasce la session con Paul, saranno stati al massimo un paio di pomeriggi, l’incisione del brano insieme, prontamente rispolverato sul palco del Madison in occasione del benefit, in modo di riverberare un bel po’ di pubblicità sul film. Semplice ed efficace, da vero businessman.
Detto questo, il brano è una bomba, McCartney è tornato tirato a lucido dopo l’ultima disastrosa apparizione a Wembley per il party Olimpico e Pat Smear e un suonatissimo Krist Novoselic a fare da accompagnatori sono una delizia. “Cut Me Some Slack” è praticamente una rivisitazione della beatlesiana “Helter Skelter” 40 anni più tardi, ma è forte e la voce di Paul la domina come un dio senza età. Quanto poi a tutte le possibili contaminazioni che la sola idea di un Beatle alla guida dei Nirvana possa generare, scatenatevi da soli nelle giornate piovose. Noi vogliamo segnalare un paio d’altri episodi della serata: i 22 interminabili, noiosi, prolissi minuti di Kanye West, ingrassato, sudato, vestito come un pazzo e schiavo del suo vocoder in una specie di messa cantata-istallazione, che però un po’ alla volta, nel suo mare nero di suoni afasici, ci ha misteriosamente stregato. E poi il duetto Michael Stipe-Chris Martin, che ci ha rimesso davanti al fatto che alcuni di noi sono speciali, che certe voci, certe istintuali fighetterie che un tempo c’irritarono sono un dono divino al quale conviene sottomettersi. Martin, fico ci è diventato o forse ci è nato, e poi anche lui avrà qualche difetto. Ma se si tratta di una chitarra, una voce, un amico e tre canzoni, meglio se una delle tre è “Losing My Religion”. Ah, ultima nota, tornando a Sir Paul: ci ha dato un’altra lezione. Sapete come si chiude un’esibizione destinata a sorprendere il mondo, come la sua coi Nirvana? Andando al microfono, guardando il pubblico e dicendo: oh yeah!

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