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Il rock ’n’ roll non muore mai, ma ha bisogno di una rivoluzione

Certo che i Jack White – stiamo parlando dell’ex enfant prodige dei White Stripes – di questi tempi non crescono sugli alberi. E verrebbe voglia di fare dei distinguo di genere: siamo nell’epoca della grande crisi maschile.

30 Ottobre 2012 alle 00:00

Certo che i Jack White – stiamo parlando dell’ex enfant prodige dei White Stripes – di questi tempi non crescono sugli alberi. E verrebbe voglia di fare dei distinguo di genere: siamo nell’epoca della grande crisi maschile. I nuovi uomini del pop latitano, mentre non si può dire lo stesso per il gentil sesso, che sforna personaggi inediti ogni settimana, e schiera legioni di talenti che crescono bene, maturano, assumono consapevolezza artistica e producono opere sempre più deliziose. Quarantenni come Iris DeMent, di cui vi abbiamo parlato la settimana scorsa. Trentenni come Martha Wainwright. O ventenni dell’ultima onda come Sharon Van Etten, che dopo essere stata la rivelazione di primavera con “Tramp”, suo secondo album nel quale hanno fatto a gara per partecipare alcuni dei più accreditati maschietti musicali di New York, adesso si rifà viva con un video notevole: si chiama “Magic Chords”, è diretto da Rick Alverson, che possiede uno spessore di letterarietà perlomeno inconsueto. Guardatelo. Sharon quindi cerca per la propria musica un linguaggio più ampio delle sue stesse canzoni. E’ questo il punto che volevamo sottolineare oggi: che tanta onesta, rigogliosa, a tratti commovente creatività femminile, nella canzone americana del XXI secolo, corre il rischio di un’omologazione formale pericolosa e certamente stagnante. Sempre più signore si dimostrano in grado di padroneggiare i mezzi vocali, tecnici, compositivi e poetici per presentare opere di indubbia qualità. Il problema è che, seppure con mille sfumature, in un certo senso sembrano un pochino somigliarsi tutte, quasi che si abbeverino alla stessa sorgente, discutano degli stessi problemi, declinino le stesse irrisolvibili questioni, nonché gli inevitabili rovelli sentimentali dell’età del disagio. Certo, per quello che riguarda gli uomini il problema pare diverso ma ancor più grosso: o si fanno i conti con veterani rugginosi, onnipresenti sulla scena da decenni, oppure s’intravedono a malapena le parabole pallide di artisti che tendono a sparire non appena si annuncia la luce dell’alba. I gruppi finiscono, si esauriscono dopo le prime fiammate e i talenti più limpidi che ne facevano parte difficilmente riescono a sopravvivere da soli. Diversamente vanno le cose in territori più sotterranei, dove ancora si sperimenta e si coltivano le ricerche fomentate dalle nuove tecnologie. Ma sulla superficie del mercato le cose vanno più o meno così. Uno scenario forse confortante, ma fermo. E i motivi possono essere intuibili, nei paraggi di un certo esaurimento dei temi e delle soluzioni – le stesse ragioni di crisi che avvilupparono il romanzo americano a cavallo tra anni Settanta e Ottanta.

Gli sviluppi che ci attendono
Nel caso della narrativa, il ricambio è arrivato attraverso la Storia, coi i venti prima di guerra e poi di crisi. Nell’America d’oggi la vita è forse più grama, ma gli artisti sanno benissimo di cosa parlare, scrivere e dipingere, senza per forza ridursi nel decadentismo indolente da Generazione X o nelle artificiosità aride da minimalismo. La questione musicale seguirà evoluzioni parallele a queste. Può essere considerato esaurito il debito di riconoscenza verso la musica tradizionale, verso l’espressività spontanea della creatività popolare, verso il blues, il gospel, il country. Quelli sono suoni immortali, presenti nel Dna nazionale, sono cardini dell’alfabetizzazione culturale, tanto più di un artista. Ma la ripartenza deve avvenire dal presente, da una reale necessità verso la musica, al di là del fattore estetico e celebrativo. I teenager, in questo senso, stanno marciando per conto proprio, producendo scelte per certi versi clamorose: quando, per esempio, i media ufficiali si accorgeranno che oggi per un ragazzino entrare in una dance crew ha lo stesso significato che quarant’anni fa aveva mettersi con una band? Quando si scopriranno chi sono e che fanno (non cantano ballads sulla solitudine – garantito) gli idoli spontanei che nascono dal passaparola, magari perché hanno inventato una piroetta sul tetto di un’automobile? E cosa diavolo c’è dietro il tormentone del Gangnam, la febbre demenziale che ha fatto ballare prima tutto l’oriente (già: prima l’oriente – riflettete…) e che adesso si propaga nel resto del globo, unendo sotto le insegne di un momentaneo oblio da stupideria artisti famosissimi e ragazzine cinguettanti? Questo solo per dire che gli indizi ci sono, le dinamiche sono in atto, il rock ’n’ roll è vero che non muore mai, però cambia radicalmente faccia, e non somiglia a quello antico. E’ un’altra cosa, un altro gioco, un altro mondo. Un’altra musica.

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