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Se Iris DeMent fosse nata trent’anni fa

C’è qualcuno tra voi che – ancora non lo sa… – sta per perdere la testa per un’ennesima voce femminile americana della quale, inspiegabilmente, di colpo capirà di non poter fare più a meno. Lei si chiama Iris DeMent.

23 Ottobre 2012 alle 00:00

C’è qualcuno tra voi che – ancora non lo sa… – sta per perdere la testa per un’ennesima voce femminile americana della quale, inspiegabilmente, di colpo capirà di non poter fare più a meno. Lei si chiama Iris DeMent, nome magnifico per la più piccola delle quattordici figlie d’una famiglia di stretta osservanza pentecostale, tirata su in una chiesa nel cuore profondo e lontano dell’Arkansas rurale (e l’origine sembra indissolubilmente connessa col suono che esprime e con l’andamento di quel dono che è la sua voce. Iris è una star naturale, non fosse che ha prodotto troppo poco per diventarlo veramente e per mettersi definitivamente a capo di quel movimento di rivitalizzazione del country-folk che oggi va sotto il nome di “Americana”. Fosse stata in giro trent’anni fa staremmo a parlare di lei come dell’erede naturale di Loretta Lynn, ma invece Iris non è mai riuscita a focalizzare del tutto la sua esistenza attorno alla musica, al punto che s’intuisce – ma non si sa, perché le informazioni certe che riguardano il suo privato sono pochissime – che spesso la sua arte abbia lasciato il passo ad altre cose, secondo quell’assunto da lei stessa pronunciato a un intervistatore: “Nella vita ci sono tante cose più importanti che scrivere canzoni”. Così la sua produzione è stata sempre rarefatta, in flagrante contraddizione con lo stakanovismo del country e, nel nuovo Millennio, l’unico disco precedente a questo risale al 2004, “Lifeline”, fatto esclusivamente di inni protestanti intinti di gospel – gli stessi che sua madre le cantava quando era piccola, e che sul suo spirito irrequieto avevano l’effetto di un balsamo pacificatore. Ora la DeMent torna con un disco potente, compiuto, importante, al quale non resterà indifferente la platea americana, ma del quale qualche attento estimatore delle nostre band si potrà accorgere – salvo restarne stregato. La copertina di “Sing The Delta” è un primo capolavoro, adornata da una foto di Iris che pare presa di peso dal lavoro di Robert Frank, con l’artista struccata, spettinata e consumata, che offre la sua versione anti-hollywoodiana della madre coraggio americana, immortalata nel porticato della sua modesta magione dixie, della quale è l’invincibile guardiana.
L’attacco del brano d’apertura “Go On Ahead and Go Home” è esplicito: a dominarlo è l’abbinamento tra la potente, irruente voce sentimentale di Iris, che ricama col suo vibrato, e il pianoforte che lei stessa suona martellandolo di accordi, nello stile basico del gospel: i versi parlano di campi di cotone e cipressi e di una madre la cui sagoma scintilla nel sole. Perché il tema predominante della musica di Iris DeMent è il suo sud, la natura che impallidisce, la nostalgia, i ricordi belli e brutti. E i filoni narrativi in cui questa ossessione si esprime sono quello religioso e quello della famiglia. Fortificare la propria fede lungo un’esistenza irta di ostacoli come quella che aspetta una donna degli stati più remoti d’America richiede una dedizione non comune. Un turbamento che si esemplifica in “The Night I Learned How Not to Pray”, la ballad che racconta di un bambino di 4 anni che assiste all’incidente e al ricovero del fratellino. Il piccolo prega che il cucciolo si salvi, ma resta impotente quando il piccolo non ce la fa e muore. “Quella è stata la notte nella quale ho imparato come non pregare”, canta la DeMent.

Il male di vivere all’“Americana”
Un pessimismo che s’attenua quando l’attenzione di Iris si dedica alle storie di vita famigliare, in particolare al culto dei suoi genitori, a cui dedica una composizione ciascuno, “If That Ain’t Love” che canta le lodi di quel gran lavoratore di suo padre e “Momma Was Always Tellin’ Her Truth” nella quale tocca alla figura materna ricevere i segni della sua venerazione. Il conforto del mal di vivere sta nel guardare oltre noi stessi, nello spingersi oltre la celebrazione della sofferenza. Meglio pensare ai valori che s’incarnano nella nostra vita, credere in ciò “che è nel tuo sangue e ti fa volare alto e potente”. Un disco che ha la trasparenza del cristallo e il gusto della migliore bistecca, in un momento così particolare della storia americana. Ricordiamo chi siamo, non perdiamo d’occhio i valori originali, dice Iris alla sua gente con quella voce che travolge. La musica sotto ricorda il suono della band di Robbie Robertson. E questo, a chi sa di cosa stiamo parlando, dovrebbe bastare.

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