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L’inarrestabile e sterminata musicalità di Kevin Parker, africano emigrato in Australia

Chissà com’è la vita a Perth, sulla costa sud-occidentale dell’Australia, metropoli di due milioni di abitanti con meno di due secoli di vita e coi soliti inizi a base di deportazione di galeotti. Negli anni Ottanta se ne parlava un sacco, si diceva che bastava andare a Perth per diventare miliardari, poi la leggenda è scemata.

16 Ottobre 2012 alle 00:00

Chissà com’è la vita a Perth, sulla costa sud-occidentale dell’Australia, metropoli di due milioni di abitanti con meno di due secoli di vita e coi soliti inizi a base di deportazione di galeotti. Negli anni Ottanta se ne parlava un sacco, si diceva che bastava andare a Perth per diventare miliardari, poi la leggenda è scemata. Dev’essere tranquillo, solare, naturalisticamente esplosivo, come ci immaginiamo gli scenari di quelle latitudini. E a crescerci da ragazzi non dev’essere troppo diverso d’una bella provincia della West Coast americana dove gli adolescenti sono liberi e produrre segni d’arte è spontaneamente tra le priorità. Ne parliamo perché da là arriva una band – sarebbe meglio dire una sigla – che per la seconda volta in un paio d’anni ci ha impressionato coi suoi album. Si chiama Tame Impala (l’impala è una specie di cerbiatto della savana) che è essenzialmente un progetto solista del ventiseienne Kevin Parker, sudafricano trapiantato, che fa tutto da solo quando lavora in sala d’incisione, ma poi chiama un gruppo di fidati musicisti a portare la sua musica in giro per il mondo. In un lustro di attività, Parker ha dato alle stampe due album e in entrambi i casi la mobilitazione è stata notevole e si è gridato al capolavoro, tanto per “Innerspeaker” che per questo “Lonerism”, appena uscito. Magari “capolavoro” sembra un’esagerazione da entusiasmi fanzinari, perché non è che qui si tratti di tanta grandeur, quanto piuttosto di un interessante procedimento di maturazione d’un talento effervescente e per certi versi perfino ridondante. Tame Impala, infatti, è un progetto – enciclopedico, direi – di citazionismo psichedelico. Nel senso che raccoglie, antologizza, rimastica e infine confeziona in formato nuovo, un numero impressionante di rivoli espressivi riconducibili al desiderio d’inventare una musica visionaria ed espressiva degli stati mentali e psichici, consci e inconsci. E si direbbe che il sapere del giovane Kevin sia sterminato e la sua capacità di mash up sia altrettanto disinvolta, se nelle tracce di “Lonerism”, sentiamo risuonare di tutto, ripescato da antiche sorgenti inglesi, americane e perfino tedesche, dagli Yes e gli Strawbs, agli Hawkwind, a tanti Spirit di Randy California, passando per i Neu o per i più banali citazionismi barrettiani o alla Amon Düül. Il bello è che tutto ciò s’aggrappa piacevolmente a una sonorizzazione del presente, quasi che tutto quel volteggiare, quegli arzigogoli tipici delle sterminate esecuzioni psichedeliche, trovino conforto nel commentare il correre un po’ inetto che per tanti di noi costituisce il vivere quotidiano. Se c’è una critica da fare a Kevin, riguarda l’anonimato delle sue prestazioni vocali, che non hanno l’intensità di un Dave Cousins o di Jon Anderson, quasi si limitassero a essere coro d’una voce portante che non c’è. Anche per questo faticherete a ricordare una singola canzone dei Tame Impala, e però il loro album ha il gusto rétro di sinfonizzare il rock e renderlo lieve e ventoso, che risulterà gradito a molti ascoltatori. I più entusiasti dei quali, a quel punto, si potranno mettere sulle tracce delle altre produzioni del nostro Parker che, come dicevamo, non ne ha mai abbastanza e milita, al di là della band principale, in un’altra mezza dozzina di ensemble. Una di queste si chiama Pond e qui Kevin si limita al ruolo di batterista. Le atmosfere del loro album “Frond” sono spiccatamente da hippie, con brani lunghi, cantati corali, andamenti semiliturgici.

La psichedelia a Parigi
Decisamente più digeribili le canzoncine psico-pop intonate dalla vocalist francese Melody Prochet (nota oltralpe come componente delle My Bee’s Garden, dreampop da Hello Kitty) che a Parigi ha avuto un magico incontro col nostro Parker, in città per dare i tocchi conclusivi a “Lonerism” e per assaporare la joie de vivre della vecchia Europa. Il sodalizio tra la Melody (che ricorda Françoise Hardy) e il ragazzo di Perth è questo disco casalingo, registrato a costo zero durante piovosi pomeriggi parigini, immaginiamo tra infinite tazze di tè, profumi d’incensi e sguardi languidi. Una cosina piccola e delicata, che ha profumo di Nouvelle Vague e che possiamo pigramente rimirare come fece Bertolucci nel suo film delle nostalgie, bellamente intitolato “The Dreamers”. Il nuovo stregoncello della psichedelia, arrivato dal mondo a testa in giù, e la ragazza in cerca di qualcuno che finalmente la prendesse per mano e la guidasse sulla strada giusta tra le sette note (l’ha dichiarato lei, nelle interviste). Mmmh, che invidia, tutti quei foulard, quelle passeggiate, quei libri sottolineati, quelle infuocate discussioni nei bistrot!

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