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Il brutto anatroccolo della famiglia Wainwright ha fatto un nuovo disco

Martha Wainwright, letteralmente, gorgheggia. Ma aspettate, facciamo un passo indietro. Prima di tutto, il cognome: l’avete riconosciuto, no?

9 Ottobre 2012 alle 12:14

Martha Wainwright, letteralmente, gorgheggia. Ma aspettate, facciamo un passo indietro. Prima di tutto, il cognome: l’avete riconosciuto, no? Wainwright, parlando di canzone americana, è una dinastia consolidata. Del talento (spesso sprecato) di papà Loudon vi abbiamo riparlato anche di recente, protagonista di una rentrée tanto improbabile quanto dignitosa. Mamma Kate McGarrigle, notevole folksinger canadese, è passata a miglior vita nel 2010. Quanto alle gesta artistiche di suo fratello Rufus, abbiamo divagato spesso in questo spazio. Insomma, come sia venuta su Martha, in cotanta famiglia canterina, è facilmente immaginabile. Che tipo sia diventata è più interessante da raccontare. “Rufus era il nuovo cantante designato in famiglia. Io sognavo solo di diventare come Cindy Lauper”, racconta lei stessa. “Era brava ma non aveva un ego sufficientemente grande”, conferma il fratello. Martha, che oggi ha 36 anni, cresce a Montréal e arriva a New York in tempo per godersi un bel po’ della scena indipendente del Village e presto uniforma le proprie scelte di vita allo stile bohémien e dissoluto del quartiere, aggirandosi per le sue strade vestita in puro stile Courtney Love. Era giovane e libera: “Quando non hai un marito hai un sacco di argomenti attorno a cui scrivere canzoni”, ed è quello che lei comincia a fare, sorvolando sul fatto d’essere considerata il brutto anatroccolo della famiglia. Le sue prime ballate parlano di sesso, sottomissione e vulnerabilità, grondano sincerità, hanno fraseggio dylaniano e vezzi vocali che ricordano Rikie Lee Jones. Ma lei l’aveva capito che aveva bisogno di una relazione stabile. E finalmente incontra un musicista che è il suo Mr. Right Guy: si chiama Brad Albetta, suona il basso e altri strumenti: “L’ho rimorchiato in un modo vergognoso”, ricorda, ma la storia funziona e Brad è convinto del talento di Martha. Nel 2005 hanno novemila dollari da investire: entrano in sala di registrazione e ne escono quattro giorni dopo con l’album che porta il suo nome. Il primo passo è fatto, perché il disco gira e la reputazione della Wainwright cresce, col cognome che funge da referenza e le storie che mette in musica che non lasciano indifferenti. Al punto che, per produrre il suo terzo album, un tributo a Edith Piaf, quattro anni e diverse peripezie esistenziali più tardi, arriva niente meno che Hal Willner, uno dei padrini della musica newyorchese. Martha ormai è una cult artist di tutto rispetto, il sodalizio musicale e sentimentale col suo Brad resiste agli urti (“In tour andiamo io e lui, niente manager, niente band: è semplice”), fino al 2010, anno choc per la famiglia Wainwright: muore a soli 63 anni mamma Kate che, nelle stesse parole di Martha, aveva sempre avuto un debole per Rufus (“meno male che lui è gay, altrimenti a vederli insieme si poteva pensar male”), ma alla quale lei guardava con trasporto e desiderio d’imitazione. Epperò nasce Arcangelo, frutto dell’amore con Brad, e i ritmi della loro casa da artisti a Bedford Stuyvesant, nella parte più calda di Brooklyn, deve conformarsi all’arrivo d’un poppante. E la forzata maturazione è alla base di un’attività artistica finalmente più regolare per Martha: “Con Arcangelo e la casa da tirare avanti, ho talmente tante cose da fare che mi distolgono dalla musica, che ho cominciato a sentirmi in colpa e mi sono data una regola: scrivere una nuova canzone alla settimana”. Deve aver funzionato, perché ora esce “Come Home To Mama” che è il suo album più maturo e un’opera di stupefacente ricchezza musicale, dominata prima di tutto dalla smagliante performance vocale di Martha (“è una donna che ha vissuto molto e non nel più morigerato dei modi. Ma quando canta è come se si mettesse a nudo davanti a te”, ricorda Willner).

Il sogno di cantare con Dylan
Il disco, come recita il titolo, è un regolamento di conti e una pacificazione quanto alle gerarchie artistiche famigliari, che culmina nell’esecuzione, sentimentalmente travolgente, di “Proserpina”, ultima canzone scritta dalla mamma prima di morire. Il bello è che per registrare questo capolavoro emotivo, Martha sia andata nello studio di un altro figlio d’arte, Sean Lennon, che funge anche da strumentista, insieme al chitarrista dei Wilco, Nels Cline, e al produttore Yuka Honda. Nuove canzoni agrodolci, che evocano i personaggi femminili di Alice Munro, ma anche un talento che si affina sempre più e si esprime su livelli di eccellenza, prima di tutto grazie a quella voce che, come dicevamo in apertura, sovente gorgheggia, vola, s’avvolge, sale, scende e risorge gloriosamente. Anche se lei adesso giura d’aver finalmente messo i piedi per terra. “C’è una cosa ancora che mi piacerebbe fare”, racconta, “andare in giro come support act dei concerti di Dylan. Una volta l’ho incontrato e poi lui m’ha telefonato per chiedermi se fossi sposata. Gli ho detto di sì e che la mia idea non era di dormire insieme, ma di suonare sullo stesso palco. Gliel’ho suggerito. Lui m’ha risposto: ‘Mandami un po’ della tua musica’. Non l’ho mai più sentito”.

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