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Aimee Mann torna a sbalordirci

Che tipo che è Aimee Mann! Inutile dire che qui, al suo cospetto, si nutre imperitura venerazione,  dai tempi in cui, contribuendo con pezzi-capolavoro e decisivi allo sviluppo di “Magnolia” (la più formidabile pellicola-laboratorio del cinema americano degli ultimi vent’anni – e non solo del cinema…) divenne per mesi la dominatrice dei nostri ascolti, nonché l’affabulatrice musicale di quel momento psichico di fine secolo.

2 Ottobre 2012 alle 00:00

Che tipo che è Aimee Mann! Inutile dire che qui, al suo cospetto, si nutre imperitura venerazione,  dai tempi in cui, contribuendo con pezzi-capolavoro e decisivi allo sviluppo di “Magnolia” (la più formidabile pellicola-laboratorio del cinema americano degli ultimi vent’anni – e non solo del cinema…) divenne per mesi la dominatrice dei nostri ascolti, nonché l’affabulatrice musicale di quel momento psichico di fine secolo. Ora ne è passato di tempo, e anche per Aimee. I suoi ultimi dischi sono buoni ma non eccezionali, venati da una certa stanchezza e da una qual tendenza a ripetere cose già fatte, con un po’ meno smalto. Ora arriva “Charmer” e bastano pochi solchi per riportarci nelle familiari ambientazioni dei suoi pezzi, dove le cose dell’amore sono un mare mosso in costante attesa della tempesta perfetta, la sua è la calda e seducente voce della sconfitta, e lei resta la ragazza troppo perfetta e troppo sofferta per essere amata come meriterebbe. A un certo punto in “Labrador” la Mann si paragona al bel cane fulvo: “Sono un labrador?” chiede a chi l’ascolta, evidentemente alludendo al suo carattere tendente alla sottomissione che le fa subire e non le impone di difendersi. In “Charmer”, perciò, Aimee si rituffa nel suo stagno di temi e suoni e lì riprende a suonare con l’eleganza che le conosciamo dai tempi dei ’Til Tuesday. La constatazione è che perfino i lineamenti di Aimee cominciano a denunciare il trascorrere degli anni e l’insicurezza di cui è una delle voci predilette non è compagnia della quale non si possa fare a meno. Tra le piccole novità dell’album vale però la pena di sottolineare il bel duetto con un altro virtuoso della canzone evoluta del contemporaneo, James Mercer degli Shins. Le loro armonie sono leggiadre quanto più non potrebbero, mentre in “Living a Lie” ci parlano dell’aggirarsi per il soggiorno di una casa facendo il conto di chi non stia piangendo. Infine va citato, a corredo di una psicologia permanentemente sofferta come quella della Mann, il clip con la quale l’artista accompagna la title track del disco: nella trama del video Aimee scopre che può procurarsi un robot in tutto e per tutto identico a lei e che può fare interamente le sue veci, compresi i concerti e gli obblighi promozionali. All’inizio tutto fila liscio, poi il “doppio” sintetico di Aimee comincia a prendere il sopravvento, ha un sacco di successo, la riduce chiusa in casa a non far niente, finché lei non s’indispettisce, mette le mani sul collo dell’intraprendente robot e gli spegne l’interruttore. Come dire: il mal di vivere è pesante, ma è pur sempre meglio che annoiarsi.

Ritorni molto graditi
Nelle vicinanze di Aimee Mann e agli stessi livelli di considerazione, con piacere annunciamo l’uscita del secondo album solista di Jason Lytle, già leader e fondatore dei Grandaddy – gruppo-icona dell’America spaesata e sbandante del dopo-11 settembre – e che un brutto giorno dichiarò conclusa l’esperienza della formazione e comincio un’introversa carriera solista, nella quale peraltro ha continuato a proporre le stesse sonorità e la medesima spiritualità della band. Ora arriva “Dept Of Disappearance” che dichiara ironicamente d’essere – in quello spirito “a togliere” di questi californiani timidi e appartati – “la colonna sonora per un capolavoro cinematico che non-esiste”. Il problema è che l’evocazione psichica continua a essere il timbro di questa musica e la laconica auto-osservazione degli stati d’animo ne è materia fondante. Le canzoni di Lytle sono come segmenti a ralenti di un documentario girato da uno slacker della x-gen, oggi cresciuto ma ancora avvinto a quell’estetica e anche a quell’etica sperduta. Lo stesso Jason dà una descrizione stravagante del disco: “E’ come se fosse stato fatto da un gruppo di brillanti ragazzi autistici, ciascuno con doti sociali assai particolari. Nessuno di loro sa essere convenzionale o è capace di andarsene in giro a stringere mani e a procurarsi dei buoni impieghi. Ma quando stanno tutti insieme e si prendono gli uni cura degli altri, funziona. Forse un giorno cambierà, ma per adesso mi sento a mio agio in una situazione del genere”. Il che vuol dire che la bizzarra musica di Lytle mantiene intatta la sua eterea cifra di delicatezza, i suoi voli pindarici di poesia assurdamente suburbana, le sue distonie iper-realiste, il suo andamento lento, cullante, pericolosamente ipnotico. Ma non si evolve. E anche i suoni sono quelli che da lui abbiamo sempre avuto, il tenue battito ritmico, le voci come sospiri, le chitarre modestamente distorte, i vecchi sintetizzatori a emettere ragli e vagiti. L’obiezione a questo ritorno nei pressi di un vecchio amore è, dunque, che tutto rimane lo stesso, lui, noi e il territorio in comune. E che la faccenda, in questi casi, potrebbe rivestirsi d’una progressiva, inevitabile malinconia (la buona notizia è che i Grandaddy pare abbiano temporaneamente riunito le loro barbe e le loro camicie di flanella. Vedremo a cosa condurrà questa ritrovata armonia).

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