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Indagine sul sound degli Avett e sugli errori clamorosi di chi parla a vanvera di Bob Dylan

Una toccante testimonianza del chitarrista Larry Campbell getta luce sulla figura di Levon Helm, il batterista della Band di Robbie Robertson, che accompagnò Bob Dylan nel periodo più esoterico della sua carriera.

25 Settembre 2012 alle 09:54

Una toccante testimonianza del chitarrista Larry Campbell getta luce sulla figura di Levon Helm, il batterista della Band di Robbie Robertson, che accompagnò Bob Dylan nel periodo più esoterico della sua carriera. L’urgenza di Campbell è focalizzare Helm come il prototipo e l’interprete originale del suono che andrà sotto il nome di Americana e che oggi raccoglie l’eredità d’essere la continuazione del suono tradizionale Usa, ovvero la musica nazionale. Campbell ha prodotto Helm, quando, vecchio e malato, ha trovato la forza di realizzare due album decenti come “Dirt Farmer” e “Electric Dirt”. La questione emerge in questi giorni perché c’è una percepibile agitazione negli ambienti della canzone “importante”, la cui scintilla è stata l’uscita di “Tempest”, il disco di Bob Dylan, le polemiche che ne sono seguite e la questione in sospeso della pesantissima eredità di quel re che non si decide ad abdicare, sebbene nei suoi dischi non faccia altro che strusciarsi con la Morte, ossessionante essenza della sua musica. Ci sono i giovani leoni ai cancelli, c’è un dibattito sul trasmettere quel sapere e quei valori, ci sono le ringhianti resistenze dei vecchi purosangue. In questo scalciare l’ansia diventa quella di storicizzare con giustezza, di creare una mappa, un albero genealogico di una musica che fu uno stile di vita e del quale si teme l’estinzione o la perdita di credibilità nelle nuove versioni che ne vengono offerte. “Ho sempre sentito che Levon Helm era l’anima di quel gruppo e ho sempre pensato che la Band fosse il punto di partenza per quello che sarebbe diventato il genere che adesso chiamiamo Americana. Questo per l’unicità di ciò che facevano all’epoca, miscelando diverse radici musicali della tradizione americana in qualcosa di nuovo. Sapevano prendere gli ingredienti e dargli una forma originale e nessuno aveva fatto una cosa del genere, fino a quel momento. Il movimento folk, il rock’n’roll, il country e le relative contaminazioni marciavano parallele ma il mix che ne seppero ricavare è la pietra di Rosetta di ciò che oggi chiamano Americana”. E Levon Helm, il batterista che suonava i suoi tamburi come fossero una chitarra, mettendoci armonia e melodia, ne era la teoria e la pratica. Poi c’è Dylan, che non a caso volle la Band per traghettare il proprio suono dal passato al futuro, mettendo nella sua paletta musicale anche quel suono di batteria che aveva la memoria dei balli nei cortili e il brivido del rock’n’roll. Astuto com’è, Dylan ha intercettato la delicatezza del momento emotivo in cui con “Tempest” pubblicava un lamento poetico che aveva la mondanità di “Peyton Place” e lo stesso gusto melodrammatico. “Rolling Stone” a intervistarlo sul disco non ha mandato un pivellino, ma una delle migliori penne, il 61enne Mikal Gilmore divenuto famoso per un libro sulla condanna a morte del fratello Gary. E’ un gran pezzo di letteratura, questa conversazione tra due uomini raffinati e perversi: “Stai facendo domande a uno che è morto da un pezzo, che non esiste” fa Dylan a Gilmore, per stuzzicarlo. Poi gli spiega che lui scrive nuove canzoni perché vuole suonare in giro e alla platea non puoi amministrare roba composta 30 anni prima. Servono sempre nuove canzoni per giustificare lo spettacolo senza trasformarlo in un rituale – funebre, ovviamente. Del resto, spiega Dylan, ciò che scrive lui non è roba per cantautori convenzionali. Nessuno dopo di lui potrà scrivere così, come nessuno può più scrivere come Hank Williams o Irving Berlin. Del resto, chiarisce Dylan, la sua è musica personale, senza volontà di condivisione: “Non suono attorno ai falò. E non mi risulta che a Elvis interessasse duettare con qualcun altro”. Poi, dopo essersi levato vari sassolini dalle scarpe, sua maestà conclude con le istruzioni per l’uso: “Dobbiamo essere responsabili per noi stessi, poi possiamo esserlo per gli altri. Chi ascolta le mie canzoni, deve sapere con chi ha a che fare. Poi possono anche provare ad ascoltarle per loro stessi, per guardarsi dentro”. Questo, nel vivace scenario della canzone Usa è il livello dello scontro. Ieri e oggi si fronteggiano, senza amarsi troppo. Nelle stesse ore esce il disco degli Avett Brothers, la band della Carolina del Nord che si è costruita una reputazione d’eccellenza come interprete della musica Americana. Per “The Carpenter” hanno chiamato Rick Rubin alla produzione ed espongono ogni ambizione possibile, compresa quella di fare i conti coi grandi temi, a cominciare, guarda caso, dal parlare di Morte. Un critico ha scritto che gli Avett vogliono essere Bob Dylan e come lui mettere in serenata le tragedie. Tentativo valoroso, che però pecca di design, di manipolazione e non va maledettamente dritto allo scopo come Dylan continua a fare nei suoi misteriosi nuovi dischi: “Devi sapere che sei il migliore, te lo dicano o no. E che sei quello in giro da più tempo di chiunque altro. Dentro di te, devi crederci”, dice l’uomo col miglior ghigno del mondo. Gli Avett barcollano e imparano. Anche questo round è suo.

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