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Le Olimpiadi più scontate di un Superbowl

Sono a Londra, a vedere le Olimpiadi. E a sentirle. Quanto allo spettacolo visuale, posso assicurarvi, sono una delusione, o meglio, un equivoco.

7 Agosto 2012 alle 00:00

Sono a Londra, a vedere le Olimpiadi. E a sentirle. Quanto allo spettacolo visuale, posso assicurarvi, sono una delusione, o meglio, un equivoco. Per un motivo: questo non è più uno spettacolo per umani, insomma per gente in carne e ossa. Tutto è coreografato per la tv e partecipare alla sessione di un evento sportivo è un tuffo nel cattivo gusto e nella fiction: le luci sono troppo forti, buone per soddisfare i Samsung a schermo piatto, ma accecanti per lo spettatore analogico. I colori sono assurdi e cafoni, abbinati per eccitare a dovere i pixel planetari, ma inguardabili dalle tribune. E ogni riunione sportiva, anche la più placida, tipo un’eliminatoria di ping pong o un sedicesimo di finale di scherma, è sottoposto alla conduzione di una ciurma di presentatori-intrattenitori che si ostina a spronare come fantini le letargiche platee, lanciando l’ennesima ola al grido di “And now, all together… MAKE SOME NOISE!”.
In questi paraggi, appunto, entra in ballo il suono olimpico. Perché siamo in terra d’Albione, culla del rock e altre facezie, e non vorrete che non si gratti anche il barile della banalità musicale, per spingere l’arnese verso l’agognato traguardo! Sinceramente, un fiasco. Dall’uso di un nutrito contingente di frammenti di storia del pop nella messinscena dei Giochi, nel protocollo di spettacolarizzazione e fin dall’insicura regia della serata inaugurale firmata da Danny Boyle, si ricava la sensazione di un tritacarne, che ha ridotto a poltiglia trash tv quelli che sono brandelli autentici dell’immaginario condiviso. Qualche esempio. La chitarra di Jimmy Page, per dirne una. Il riff di “Dazed and Confused”, inflazionato come intro di qualsiasi momento risolutivo d’una partita o di una sfida, messo in orbita con noncuranza, come jingle d’ordinanza per il profilarsi del momento “elettrico”. Già, perché adesso la regia di quelli che dovrebbero essere semplici eventi sportivi, prevede che all’apice dell’emozione subentrino i provvidenziali “time out”, durante i quali gli atleti si ritirano nella penombra, mentre nell’arena, e ovviamente sui teleschermi, parte il crescendo rock che serve a lanciare gli spot pubblicitari ad alta redditività. Oppure prendiamo l’entrata in scena degli atleti approdati a una finale. Cosa c’è di meglio che sottolinearla con la versione riadattata della bowiana “Heroes”, con tanto di bassi pompati e ritmica techno rifatta per l’occasione? O, arrivati al momento delle premiazioni e delle medaglie, era proprio necessario propinare puntualmente al mondo il crescendo epico di “Chariots Of Fire”, i “Momenti di Gloria” a cui sono tanto affezionati i britannici – avete presente la retorica scena dei mezzofondisti che corrono sul bagnasciuga?
Nessuna banalità viene risparmiata da Olimpia-Londra, nel tentativo di dare un qualche pathos a rappresentazioni che spesso ne sono organicamente sprovviste: arriva “Rocky” a introdurre un match di badminton, mettono “We Will Rock You” ogni volta che a scendere in campo è la squadra di casa o qualche suo isolato rappresentante (e va pur detto che all’inno dei Queen anche la platea più pigra dà cenni di risveglio). E infine, se si vince, è lo stesso pubblico a pretendere, a intonare – subito assecondata dai dj – il “We are the champions” sinonimo del: “Vi abbiamo battuto: prendete, incartate e portate a casa”. Sono queste le scalette dello sport-rock da supermercato, dove non si va per il sottile e i rituali si ripetono a fotocopia. Ci aveva illuso la prima sera all’Olympic Stadium, quando a fianco della vituperata brutta performance di Paul McCartney, s’erano sentite cose più inattese, a dare un tocco locale allo show: De La Soul, Happy Mondays, New Order, Underworld, perfino gli Arctic Monkeys che facevano “Come together” e i Sex Pistols, lasciati impunemente risuonare al cospetto della regina che a suo tempo sbertucciarono. Dal momento che si sapeva che ai Blur toccherà l’onore di concludere il tutto, s’è creduto che gli inglesi avessero assecondato le antiche trasgressioni di Boyle, giocando la carta di un’inattesa Olimpiade rock’n’roll. Niente del genere. I Giochi ormai sono della stessa materia del Superbowl e dello stesso impasto di un Big Mac. Perfino gli inni nazionali che si ascoltano in questi giorni nelle arene sono le versioni brutte, smozzicate e omogeneizzate degli originali. Sembrano sempre la stessa nenia. Non ci si commuove con “Star Spangled Banner” e Mameli si mixa impunemente con la “Marcia dei Volontari” della Repubblica popolare cinese. Malinconico diventa affondare in questo mare di prevedibilità.

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