cerca

Due folli vite parallele

La California del dopo Kennedy negli anni Sessanta e un duo folle e magistrale oltre i Beach Boys

10 Luglio 2012 alle 12:38

Passa da Roma, per un concerto non pubblicizzato e ignorato dal pubblico, Van Dyke Parks, icona vivente di quel suono californiano classico anni Sessanta, che rimane un momento d’impareggiabile ispirazione nella storia del pop, nonché un insuperato esempio di rappresentazione in musica di una condizione mentale, di un progetto esistenziale e soprattutto di un desiderio collettivo. Parks è stato a lungo partner di composizione e scrittura di Brian Wilson nei tempi dorati (e più esoterici) dei Beach Boys, al culmine della loro parabola di successo, tra “Pet Sounds” e il progetto fantasma “Smile”, che sarebbe emerso solo una quarantina di anni più tardi. Il rapporto tra Wilson e Parks non riguardava anche gli altri membri della band, il che non favorì per lui l’inserimento in quel sistema produttivo e tanto meno l’ottenimento di una buona stampa. A più riprese venne presentato come un profittatore, dotato di un qualche eccentrico talentaccio, ma deciso a montare sul carrozzone del gruppo losangelino, insinuandosi nella psiche labile e disturbata del suo leader naturale, Wilson. Di fatto i due dovevano aver individuato un bizzarro punto di contatto tra le loro creatività, che peraltro a loro volta erano entrambe complesse, esigenti e particolari. Però c’era una comunanza d’ispirazione, una segreta e condivisa conoscenza di come risolvere in descrizione musicale la rappresentazione di uno stato d’animo e di un lifestyle (sia pure solo vagheggiato) che era quello dell’edonismo, intenzionalmente spensierato, della gioventù californiana post kennediana, laddove, attraverso un incantesimo consumistico, fattori come “fun”, “surf”, “beach” e quisquillie del genere diventavano protagonisti sociali, anziché meri accessori del vivere. Il consumarsi di questo sogno impossibile aveva ovviamente bisogno di una colonna sonora, che sapesse essere consona, per superficialità, agli stili che simboleggiava, ma che al tempo stesso sapesse acquisire un suo qual peso psichico, di riflessione poetica (d’impianto romantico) e di valutazione estetica (in una netta anticipazione postmodernista). Ebbene quei due, sedendo come orsacchiotti attorno al pianoforte e gorgheggiando spudoratamente, sapevano intercettare questo intento e si completavano a vicenda, anche se in un numero limitato di occasioni e di tempo. Le cadenze hollywoodiane di “Heroes and Villains” o l’incedere grazioso di “Orange Crate Art” sono esempi fulgidi della partnership, per la maestria e la ricchezza armonico-melodica che contengono, ma soprattutto per il loro valore visuale: è musica, sono canzoni che si “vedono”, da cui si percepiscono stati d’animo, una tensione, una bellezza e da cui gronda quella sensazione d’incanto e di panico latente che risiede nella contemplazione d’un benessere effimero, di un’americanità condannata a distorcersi, dopo aver sfiorato, per un attimo, la perfezione. Van Dyke Parks e Brian Wilson scrivevano insieme, procedevano nella loro ricerca (istintiva per Brian, intellettuale per Parks) e poi i Beach Boys trasformavano il tutto nelle loro stupefacenti liturgie pop. Poi le cose si sono sfasciate: la salute mentale di Brian Wilson è andata a pallino, complici gli stravizi e la predisposizione alla paranoia e l’entourage della band non ha perdonato a Van Dyke l’intimità con il genio. Parks è tornato a ripiegarsi sulla sua produzione personale con esiti per lo più insoddisfacenti e stranezze progettuali spesso fastidiose, fino a ridurlo a figurante d’una vicenda lontana nel tempo.

Le nuove vite parallele
Poi gli ultimi anni hanno portato cambiamenti. Wilson, miracolosamente, s’è rimesso in moto artisticamente, prima come compositore e più di recente come performing artist, fino all’inattesa (e dubitabile) reunion dei Beach Boys di qualche mese fa, che in questi giorni transiterà anche per i nostri palcoscenici. E’ sempre matto come un cavallo, ma pacato e dolcissimo e poi possiede un dono che rasenta il divino, perché continua a scrivere e a cantare come un angelo, un vecchio angelo, ma sempre con un bel paio d’ali.
E anche Van Dyke Parks s’è rimesso per strada (nel frattempo ha lavorato tanto conto terzi e va ricordata la sua collaborazione con Joanna Newsom) , con una minuscola formazione e col suo repertorio introverso, a tratti cervellotico, a tratti stupefacente. Visto da vicino è un po’ antipatico, somiglia a Bruno Lauzi, è incacchiato di fondo, stufo d’aver vissuto come un mezzo clandestino. Ma alcune sue canzoni hanno l’altezza degli inni sacri della West Coast, di quel sogno assurdo e squassante. E poi suona il pianoforte in modo magistrale e ciò a suo tempo venne sempre dimenticato dai cronisti. Van Dyke è l’epitome d’una vita onestamente ai margini della musica, uno dei tanti respinti dal mainstream eppure dotati del know how, nonché di alcune idee valide e originali. Del resto l’America, anche quando si parla di canzoni, è fatta proprio di questo: di vincenti e perdenti, di “heroes and villains”, di buoni e cattivi, di guardie e di ladri. Ciascuno a suo modo necessario.
 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi