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Levon Helm se n’è andato come un artista. Insieme a lui c’è Lucio Dalla

Nel pieno della rutilante kermesse del Salone del Mobile milanese, il mensile Rolling Stone presenta un’iniziativa collaterale.

24 Aprile 2012 alle 00:00

Nel pieno della rutilante kermesse del Salone del Mobile milanese, il mensile Rolling Stone presenta un’iniziativa collaterale: il primo di una serie di documentari video improntati al basso costo e alla cultura pop, siglati “Locals Only”. E’ dedicato a Jovanotti e realizzato da Michele Lupi, direttore della rivista, il 4 marzo scorso a Bologna, nelle ore precedenti l’ultimo turbolento concerto del tour col quale Lorenzo ha declinato sotto forma di show la sua fatica del 2011, “Ora”. Non c’è live set nel documentario, ma solo backstage (e neppure in eccesso, una ventina di minuti in tutto), coerentemente con la filosofia confidenziale del progetto. Da questo ricamo nel low profile emerge però un momento di verità che vale la pena di essere raccontato. Nel camerino dietropalco, Jovanotti racconta all’amico come abbia trascorso l’ultima serata. E non una serata qualunque, in quel momento, a Bologna. E’ appena morto Lucio Dalla e la notizia è stata un fulmine a ciel sereno. Ora si è alla vigilia delle solenni esequie, quelle che abbiamo visto in tv. E’ la notte prima, appunto. Il giorno è trascorso con la colonna degli amici, degli ammiratori e dei curiosi che hanno reso omaggio a Lucio, ma adesso si è in uno di quei passaggi sospesi, col tempo fermo, come racconta Jovanotti. Pare che Ron se ne venga fuori con una proposta: dal momento che domani, comunque, è il compleanno di Lucio, la cosa più naturale da fare è andarlo a trovare, pazienza se è morto, a lui farebbe piacere lo stesso. E così la squadra dei cantanti torna alla camera ardente, che in quel momento sta chiudendo i battenti. Però i guardiani, di fronte a una tale parata di volti noti, a Bologna li conoscono tutti, fanno lo strappo alla regola, perché si sa che quelli erano gli amici veri, di sempre, per Lucio. C’erano Bersani e Carboni, Ron e Jovanotti, Marco Alemanno e qualche altro del giro. Vanno dentro, stanno un po’ lì e dal momento che sono tutti cantanti, gira gira, della stessa generazione, tutti in quel mondo fatto di su e giù, insomma, si comincia a chiacchierare, a darsi le ultime notizie e a riprendere i contatti. “Alla fine eravamo tutti lì a parlare e scherzare”, racconta Jova, “e il bello era che a un metro, con noi, insieme, c’era anche Lucio”. Le cose ricominciavano a scorrere. Bella storia.

E ce n’è un’altra di storia di lutto, pacificazione e musica che arriva nelle stesse ore. A 71 anni, dopo lunga malattia, se n’è andato Levon Helm, il fulvo batterista di The Band, terzo membro a morire di quella leggendaria formazione dopo Richard Manuel e Rick Danko. Helm va ricordato per quella sua voce inimitabile e per il modo del tutto particolare che aveva di cantare accompagnandosi con la batteria, fungendo al tempo stesso da motore ritmico della sua band. Ma soprattutto Levon era un’altra di quelle personalità musicali – di cui proprio la dylaniana Band era un sodalizio – che conservava nella figura, nello spontaneo rapporto con la rock life, nel modo di interpretarla e nello stile con cui viveva la sua artisticità, il segreto profondo e inafferrabile del senso della musica. Era la mappa della natura americana, qualcosa di esoterico e sacerdotale che proviene dal mistero rurale dei primi secoli d’insediamento laggiù, e che presiede all’intera storia della cultura popolare d’oltreoceano. Ma, come dicevamo, ci sono curiose assonanze tra la storia dell’atto finale del Lucio bolognese e di Levon dall’Arkansas. Infatti, si viene a sapere che Helm è spirato serenamente nel suo letto, mentre attorno a lui un bel gruppo di amici, familiari e colleghi (tra cui lo stesso Robbie Robertson, col quale pure Levon aveva affrontato una lunga rottura) intonavano le canzoni che condividono da una vita. E questo è un bel modo di andarsene, confortato e accompagnato. Ma torniamo al mondo dei vivi perché s’è rifatto vivo con un disco della consueta cristallina qualità un altro personaggio che amiamo da tempo ovvero Lyle Lovett, musicista di alternative country e tanto altro, che un amico ci fece scoprire negli anni Ottanta in uno strano concerto al Barbican di Londra e che da allora seguiamo nelle sue peripezie musicali, cinematografiche (indimenticabile il cameo nel ruolo del pasticcere nei “Protagonisti” di Altman) nonché di rubacuori, dal momento che impalmò Julia Roberts nel celebre matrimonio-con-concerto. “Release Me” è il suo nuovo album, di nuovo improntato a quel virtuosismo musicale che pare diventata l’ossessione di Lovett e che rischia perfino di surgelare un po’ le sue performance. Risaltano il suo consueto eclettismo musicale, in bilico tra folk, jazz, blues e country, la qualità trascendente della sua voce e delle esecuzioni, nonché l’abituale avarizia compositiva, che gli fa firmare solo due brani a fronte di 12 cover, peraltro assai valorizzate. “Release Me” è il nuovo bel disco di un perfezionista indolente, che farà la gioia dei tanti perfezionisti musicali che popolano, in particolare, le nostre sponde.

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