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La storia di Danny

Mi hanno spiegato che nel calcio contano la fortuna e il tempismo. La storia di trovarsi al posto giusto, al momento giusto. Anche nella musica le cose stanno così.

3 Aprile 2012 alle 00:00

Mi hanno spiegato che nel calcio contano la fortuna e il tempismo. La storia di trovarsi al posto giusto, al momento giusto. Anche nella musica le cose stanno così. In particolare in quelle scene troppo popolose. Dove i posti al sole erano limitati e chi se li aggiudicava li difendeva e teneva lontana la concorrenza. E così le star diventavano più luminose e gli sconosciuti sprofondavano nell’anonimato. M’è capitato ora d’imbattermi in una bella storia che parla di questo e che trasforma l’epopea della nostra musica nello specchio della realtà. La prima traccia della vicenda è stata pubblicata dal mensile Uncut. Gli approfondimenti li ho fatti frugando tra i reperti e imbattendomi in una recente biografia del protagonista. Per parlarvene serve un passo indietro di oltre 40 anni, proiettandoci nella ruvida L. A. dell’epoca, nella quale ai bagordi dei divi si mescolavano le turbolenze dei ragazzi dai lunghi capelli della scena elettrica locale, a loro volta gomito a gomito con la ciurma interrazziale dell’ambiente del soul, del r’n’b e del pop. Un modo di vivere pazzo, bohémien e pericoloso. Ma anche attraente, quando si hanno solo 20 anni e l’irrequietezza dentro. Che è il caso di Danny Whitten, che dopo un’infanzia disgraziata nell’Ohio sbarca nella città degli angeli con la speranza di dar forma alle sue due passioni: la musica e il ballo. Comincia dalla seconda e si fa una reputazione tra i ballerini di Hollywood Boulevard finché l’artrite alle ginocchia lo costringe a lasciar perdere. Ma ormai ha assaggiato il frutto proibito e non può più tornare indietro.

Danny, che è un bel ragazzo biondo con l’aria da surfer e i capelli a spazzola, si lascia crescere lunghi boccoli, si chiude nel sottoscala dove abita, per sei mesi vive solo con la sua chitarra e infine ne esce con una competenza musicale sufficiente a tentare una nuova carriera nel mondo del rock. Fa lega con due tipi che gli fanno da sezione ritmica, Ralph Molina e Billy Talbot. E vagando su e giù per la California, nella seconda metà degli anni Sessanta mette in piedi una mezza dozzina di gruppi di dubitabile talento coi quali prova a salire sul treno del west coast sound. Poi l’evento: un musicista canadese con le idee più chiare e con un talento più scintillante di quello del confuso Danny, ovvero Neil Young e s’imbatte nel suo gruppo. I Rockets, così all’epoca si chiama il gruppo di Whitten, sono ciò di cui Neil ha bisogno: una vibrante band che lo accompagni, dal momento che dentro i Buffalo Springfield le rivalità sono insopportabili. Neil sceglie Whitten e manda via gli altri, ribattezza la band Crazy Horse e il più è fatto. Il bello è che all’inizio gli equilibri non erano definiti: nelle prime registrazioni Young e Whitten si dividono le responsabilità vocali e le parti di chitarra e dal magico impasto tra le loro voci nasce il fascino del prodotto. Potrebbe essere l’inizio di un formidabile sodalizio, ma non è così: c’è di mezzo l’eroina, l’autodistruzione. Alla fine Young licenzia Whitten nel corso delle registrazioni del secondo album insieme, gli dà 50 dollari e un biglietto di sola andata per L. A. e lo rispedisce a casa. Talbot e Molina, oggi, ancora suonano con lui. Danny invece, lo stesso giorno del ritorno a casa, va in overdose e muore. Corre l’anno 1972. Quasi tutto ancora doveva accadere. Oggi Young è qui con noi. Di Whitten s’occupano gli archeologi. Questione di fortuna. Ma voi date una chance a Danny. Leggete la sua storia. Immergetevi nella spirale di quelle atmosfere. Mettete su “Everybody Knows This Is Nowhere”, 1969. Infilate la cuffia: su un canale suona Neil, sull’altro Danny Whitten. Buon viaggio, davvero.

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