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La storia dei Lomax alla ricerca dei cilindri di cera

Benvenuti a un po’ di musica di carta.

27 Marzo 2012 alle 13:06

Benvenuti a un po’ di musica di carta. Perché è sempre una delizia concedersi qualche ora leggendo di musica in una stanza nella quale si diffondono suoni bellissimi. Dunque un paio di curiosi libri. Il primo in italiano e a fumetti per i tipi della Coconino Press di Igort. Si chiama “Lomax”, opera del quarantenne francese Frantz  Duchazeau ed è una ricostruzione del periodo nel quale i benemeriti John e Alan Lomax, padre e figlio, intrapresero il primo viaggio al sud degli States, allo scopo d’incidere sui cilindri di cera che s’usavano all’epoca le canzoni, i suoni e le voci della musica popolare di quei luoghi, in particolare quella della comunità nera, eseguita nelle chiese, nei campi di lavoro, nelle prigioni o sotto il porticato di casa, tramandata per via orale e trasmessa in giro per il paese attraverso la mediazione di musicisti più o meno improvvisati che si spostavano di qua e di là.

E’ una storia che descrive intensamente le incerte e turbolente origini degli Stati Uniti: fatta l’America, andavano fatti gli americani, si direbbe, leggendo di apartheid, linciaggi e schiavitù “de facto” a dispetto dello sforzo lincolniano. Gli Stati del Sud del 1933, l’anno in cui i due studiosi partono per la loro campagna, sono ancora un progetto incompiuto e troppo vasto per non essere lasciato alle improvvisazioni locali, con tutte le storture che ne conseguono. Ma in questo scenario erano in movimento dinamiche culturali vivacissime: era però indispensabile che qualcuno dotato della capacità di intercettare si facesse carico dell’operazione.

I due Lomax, per quanto concerne la radice più profonda e spontanea della musica nera, svolsero il loro compito in modo magistrale, sapendo agire da ricercatori, da etnomusicologi, ma anche da piscologi, da comunicatori e infine da semplici, quanto raffinati intenditori, ovvero selezionando, individuando ciò che andava valorizzato e sorvolando sul superfluo. Il tratto incerto, quasi infantile della china di Duchazeau ha una sintesi filmica e una partecipazione sentimentale alla storia. E leggere “Lomax” a molti farà venir voglia di proseguire nel percorso di conoscenza di questo momento originale – indispensabile per capire come siano andate le cose che – ad esempio –  mezzo secolo più tardi avrebbero riempito il Grande Paese, chessò, di ragazzotti chiamati Skrillex o di gruppi punk. A proposito. Un altro titolo si eleva ben al di sopra della qualità media – non eccelsa – dell’attuale editoria musicale.

L’autore è Mark Yarm ed ha l’età giusta per aver all’epoca vissuto i fatti che  ricostruisce con l’entusiasmo senza filtri del consumatore primario. Era uno studente della Brandeis University del Massachusetts quando Kurt Cobain, sparandosi in testa, mise fine alla parabola veloce del grunge, tramutandolo istantaneamente in un fenomeno mediatico che non aveva nulla a che vedere coi desideri che erano al cuore di quel movimento. Si chiama “Everybody Loves Our Town: An Oral History of Grunge” (Crown Archetype. Disponibile per Kindle) il bel libro che 18 anni più tardi Yarm scrive per cercare di dare una risposta alla domanda: “In sostanza che cos’era il grunge?”. Per farlo coinvolge quelli che c’erano: musicisti, critici, cronisti, appassionati. E Jack Encino, produttore di successo di quell’onda conclude: “Nessuno lo può dire. E penso che a nessuni di quelli che c’erano interessi veramente”. Ma poiché la musica oggi è fatta soprattutto di ricostruzione e di rivisitazione e bisogna raccontare oltre a fare, Yarm continua la sua indagine che, poco alla volta, assume costrutto additivo nonché impressionante valore emotivo. Riemerge la città, fino allora marginale, di Seattle, destinata a forza di chitarre e bit a diventare la protagonista della fine 900. Viene fuori la sua laconica natura di cromosomi scandinavi che tanta importanza ha nella descrizione dell’anima grunge. Ricorre il senso di ultima frontiera, fisica, geografica e spirituale, al vagabondare americano.

E ne esce fuori un libro bello, approssimativo e romantico nelle parole pronunciate dai suoi tanti protagonisti, ma potente nel descrivere un momento di creatività che corrispondeva alla comunione di una paura condivisa: il paese, mito nel quale si era stati cresciuti, si andava sgretolando. E a questi ragazzini un po’ alienati si consegnava il compito monumentale di rimetterlo in piedi. Per riuscirci non dovevano far altro che trovare il modo per mettere in pratica ciò che più li spaventava: crescere.

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