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Paul McCartney, Leonard Cohen e un paio di perle da non perdere

I vecchi. Oggi parliamo dei vecchi della musica, dei seriamente vecchi, e dei diritti e dei doveri che li circondano.

7 Febbraio 2012 alle 15:07

I vecchi. Oggi parliamo dei vecchi della musica, dei seriamente vecchi, e dei diritti e dei doveri che li circondano, della comprensione (e dell’imperituro affetto) che meritano, ma anche delle tentazioni a cui non sanno sottrarsi e che educatamente vanno loro indicate, affinché la bellezza del loro status non ne venga appannato. Paul McCartney ne fa 70 il prossimo giugno eppure sembra sempre ieri che… che un po’ tutto, con lui sembra sempre ieri, il suo invecchiamento è prodigioso – se noi in casa non avessimo quello parallelo di Gianni Morandi (68 a dicembre) che rivaleggia nelle variazioni della sindrome Dorian Gray. Dev’esserci una segreta connessione col fatto di vivere con ciuffo e frangia. A parte gli scherzi, Paul è ancora in giro, freneticamente, come il workaholic che è diventato dopo la morte di Linda. Infila un tour dopo l’altro, passa le notti sulla scena di concerti da tre ore e con una periodicità che s’è allentata ma non sgretolata, pubblica album, spesso live e talvolta d’inediti, quasi sempre con risultati piuttosto convenzionali. Ma che volete dire o fare? Il suo canzoniere è ineguagliabile, la sua storia è mito, la sua presenza è luce, la sua consistenza è materia prima purissima della cultura popolare. Lui quello sa fare e inesorabilmente continua a farlo, perché è il suo modo di sentirsi vivo. Perfino si può azzardare che testimoniare il lungo crepuscolo della sua creatività, delle sue capacità di scrivere a livelli sublimi, insomma continuare a seguire Sir Paul, con la devozione che merita, sia un atto di saggezza. Così arriva questo suo nuovo album “Kisses on the Bottom”, sinceramente dimenticabile, ma lo ascoltiamo per rispetto e poi per consumare qualche considerazione. L’idea di McCartney è quella di raccogliere in un album le canzoni della sua infanzia, roba anni '30 e '40, quella che suo padre gli suonava al pianoforte e quelle che avrebbero condizionato indelebilmente la sua scrittura, tra Cole Porter, Fats Waller, i musical Usa e il capriccioso vaudeville britannico. I Beatles sarebbero stati intrisi di questa musica e pare che quando ormai la dissoluzione del gruppo era imminente, per un po’ i due capi pensarono di pubblicare qualcosa del genere, denunciando le loro “roots”. Oggi, invece, il disco è l’omaggio al passato messo in scena da un artista che è egli stesso passato. E’ malinconico, rococò, troppo imbellettato e autocompiacente. Ci resta in mente soprattutto il tono di voce che Paul ha voluto incidere. Lui l’ha fatto magari per gusto filologico, questo cantare sussurrando, con voce fioca e sottile. Ma l’effetto, sconcertante, è stato davvero quello d’ascoltare la voce di un anziano, ostinatamente abbarbicato all’idea di cantare per professione. Un brivido non attenuato dalla prestazione dei comprimari - Diana Krall al piano, Jonny Mandel alla chitarra e un Eric Clapton più slowhand che mai.

L’ebreo di Montreal, Leonard Cohen, di anni invece ne ha 78, anagrafe ancor più complicata per un cantautore, seppure d’inclinazione remissiva. Lui mette le mani avanti, intitolando il nuovo album “Old Ideas” e, senza malizia, ci viene da interrogarci su quali siano nella sua mente i pensieri al seguito dell’uscita di un album che andrà negli scaffali in mezzo a quelli dei bisnipoti, quando poi si ha alle spalle un cammino dorato come quello di questi campioni. Nel disco ci sono, come annunciato, tematiche note e assai visitate dall’autore – le fatalità del vivere, in buona sostanza, affrontate con l’indolenza, l’aplomb e la simpatia per il diavolo che quell’età forse comunica. La voce di Leonard fa decentemente la sua parte, ma non è che lui sia uno che si sia mai sforzato nelle interpretazioni, al di là del modo naturalistico e un po’ spompato che gli è proprio.  Ma proprio questo suo gusto di rifarlo ancora una volta come l’ha sempre fatto, senza aggiungere e cambiare alcunché, questo suo ardire di confessarsi il solito vecchio, romantico bastardo nelle cui vesti si è sempre (letterariamente?) rappresentato, questo slancio di fare “giusto un altro disco” perché là fuori tanti di te non ne avranno mai abbastanza, rende “Old Ideas”, se non memorabile, un lavoro coerente e di piacevolissimo livello.

Poi si torna agli interrogativi di partenza. Cohen e McCartney cosa dovrebbero mai fare di loro stessi, se non merce da canzoni? Perché, invece di limitarsi a essere memoria di trascorsa ma non scomparsa bellezza, provano ancora il brivido di mettersi in gioco, esposti a recensioni, elucubrazione e pensatine come questa? La loro meraviglia è tutta lì in mostra. La loro decadenza è necessaria. E la nostra parte, in fondo, non è altro che la solita: stare a guardare dal fondo della sala, evitando d’essere severi, verbosi, intolleranti e stolti.

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