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I tre teschi inglesi, un miracolo da cameretta e un nuovo rapper

Oggi tre cose nuovissime, per incuriosirvi. Ad esempio un po’ di musica per vampiri, nel “senso Twilight” del termine, ovvero musica teenageriale, cinematica, rumorosa ma con un cuore.

31 Gennaio 2012 alle 20:13

Oggi tre cose nuovissime, per incuriosirvi. Ad esempio un po’ di musica per vampiri, nel “senso Twilight” del termine, ovvero musica teenageriale, cinematica, rumorosa ma con un cuore. E’ quel che fa la Band Of Skulls, la banda dei teschi, nel secondo album “Sweet Sour”, con le carte in regola per diventare uno scalatore di classifiche di vendita. Sono tre inglesi, due ragazzi e una ragazza, vengono da Southampton, hanno alle spalle un produttore abile nel dare design ai suoni (Ian Davenport, già con Supergrass e Badly Drawn Boy) e inanellano una poderosa serie di ballate, dalla base elettrica granitica, lenta, solenne, scandita – roba che sembra suonata dai Queens of the Stone Age. Ma sopra, cantando all’unisono, Russell e Emma, chitarrista e bassista, ci appoggiano melodie vocali che paiono prese dal canzoniere dei Byrds. Un connubio strano, paraculo, ormonale e gradevole, che piacerà ai ragazzini, a chi fa la sonorizzazione dei centri commerciali e a chi cerca musica “emotiva” per i serial tv giovanilistici. C’è da scommettere che questa sia una delle nuove band per il 2012, e il loro riutilizzo di suoni pensati per altri scopi è astuto ed efficace. Inutile dire, infine, che la Band Of Skulls suona sul car stereo come poche cose, caso mai una botta di fanatismo fosse per voi alle viste.

Invece fa venire un’altra tentazione
il disco ora più lodato dalla stampa americana, “Attack on Memory” dei Cloud Nothings. La voglia è quella di ricomprarsi una chitarra elettrica – se già non l’avete fatto, e darci dentro come capita, anche solo per vedere l’effetto che fa, oggi. Deve aver cominciato così questo nerd di Cleveland, dal nome programmatico: Dylan Baldi. Ha prodotto un primo disco da solo, in puro stile rock involuto da cameretta. Ma le risultanze sono state sufficienti per mettere su una parvenza di live band e per investire quanto basta in una produzione come si deve per il secondo exploit – quello di cui parliamo oggi. Il fatto è che Dylan i soldi li ha messi sul tipo giusto: Steve Albini, pigmalione di un milione di band confuse, oltre che raddrizzatore sonico dei Nirvana. Nei suoi studi nella periferia di Chicago, Albini ha dettato i tempi a Baldi e magicamente il brutto anatroccolo imbranato s’è rivelato l’ultima incarnazione del rocker disfunzionale, con un album che gronda disperazione elettrica e un brano (titolo-emblema: “Wasted Days”) che è già una leggenda, coi suoi nove minuti di crescendo delirante strumentale, psichedelico, ingenuo e bellissimo, perché, evidentemente, a rifarlo ancora una volta, continua a funzionare. Morale: Cloud Nothings sono oggi la cosa “indie” del momento e il bello è che sono in tour con Toro Y Moi, ovvero una sigla chillwave, all’insegna di un rimescolamento delle carte che ci provoca brividi di piacere e curiosità. A proposito: quando in un’intervista a Dylan Baldi hanno chiesto se si sentisse grato verso Albini per avergli prodotto un album così, lui ha fatto lo gnorri: “Mah, a me sembra che la maggior parte del tempo Steve se ne sia stato a giocare a Scarabeo sul computer!” ha risposto. Ingrato maledetto.

Infine è proprio vero che adesso le vie della narrazione si siano contaminate e rinnovate. Per esempio la riedizione contemporanea di un denso L. A. noir, di una storia sporca e cattiva ambientata per le strade e le notti di Los Angeles, non arriva né da un romanzo di Ellroy nè da una pellicola di Jules Dassin. Invece fluisce dai solchi del più sbalorditivo disco rap che sentiamo da un bel po’ di tempo a oggi, “Habits & Contradictions”, seconda autoproduzione del 26enne Quincy Matthew Hanley, nome d’arte ScHoolboy Q, affiliato alla crew Black Hippy – oggi la più attiva ed eccitante nella città degli angeli – nonché membro della divisione di quartiere della mega-gang dei Crips. Eppure, se ciò sembra corrispondere a uno stereotipo frusto, il disco di questo tipo poco attraente, coperto di tatuaggi e dall’aria bastonata, si rivela una rovente avventura per le strade della bassa California e dentro una psiche che riesce a essere disperata e poetica, deprecabile e letteraria al tempo stesso.
Giocano una parte importante il rappin di ScHoolboy Q, lontano dalle banalità e capace d’individuare il tono giusto per ogni storia e ogni giaculatoria. E poi la nutrita schiera d’interlocutori che dialogano con lui, come se le canzoni fossero vagabondaggi nervosi per i marciapiedi del rione, dove tentazioni e guai si acquattano dietro ogni angolo. Infine l’aspetto musicale descrittivo, rumoristico, dominato da pattern ritmici presi di peso dal dubstep. Gli argomenti sono quelli del rap “interiore”: la povertà, la violenza, le droghe, l’assenza di vie d’uscita. Ma il trattamento è travolgente, commovente, appassionante. Se non vi fidate, date un’occhiata al videoclip di “Nightmare on Fig St.”, girato con quattro soldi per le strade di ScHoolboy: basterà a capire che il West Coast rap ha prodotto un nuovo artista di classe limpidissima, con un disco che è un manifesto, che ci auguriamo non resti senza seguito.

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