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Due miracoli dal Kentucky, serbatoio e risorsa delle nostre illusioni rock

Per Natale vi portiamo in Kentucky. A sentire dischi vecchi e nuovi, uno del 2011 e uno del 1969, che in qualche punto si congiungono a dispetto dei 42 anni tra le loro registrazioni.

20 Dicembre 2011 alle 10:15

Per Natale vi portiamo in Kentucky. A sentire dischi vecchi e nuovi, uno del 2011 e uno del 1969, che in qualche punto si congiungono a dispetto dei 42 anni tra le loro registrazioni. Partiamo dal presente e da una band emergente che c’è piaciuta, ci ha divertito e promette di essere una delle cose nuove per l’anno nuovo. Si chiamano Morning Teleportation, sono in cinque e hanno debuttato con un disco brillante, “Expanding Anyway”. Siamo nel territorio della psichedelia rivisitata, con energia, direi con fede, sotto le insegne di un sogno indipendente e alternativo che nel placido way of life provinciale di Bowling Green, Kentucky, evidentemente sanno ancora volteggiare.

I MT dovete vederli in foto: vi basterà a incuriosirvi al punto da volerli sentire, con quei parafernalia, cilindri da stregone, coperte indiane, collane, barbe e capelli lunghi. Sono segni di pace, di diversità, appartenenza, leggerezza, e sono gli stessi che mezzo secolo fa fecero gridare alla dissoluzione etica della nuova gioventù. Che non si è mai dissolta, ovviamente, continuando a funzionare da serbatoio e risorsa per le nostre illusioni, mentre ciò che è andato in vacca sta altrove. Per cui, quando le chitarre cominciano a sferragliare e tintinnare nel disco dei MT e il cantante – appropriatamente noto come Tiger Merritt – emette un urlo primordiale e comincia a esporre il suo originale fraseggio accellerato, il divertimento è assicurato. La loro musica è citazionista e contiene di tutto, dal west coast al punk, al surf, ma il bello è che in un disco così ci sia grande vitalità, gioia di suonare, di rinverdire il rituale rock, non importa se con una qualche approssimazione.

Del resto quelli sono posti buoni per vivere, perché preservano una solida percezione della migliore America e comunicano uno slancio naturale verso la libertà, la creatività, la comunione con la natura. E tutto ciò è presente nel disco di questi scombinati dalle mille chitarre, insieme alla grande rappresentazione di uno spazio e di un tempo che si dilatano e smettono di costringerci e opprimerci, risolvendosi in libertà creativa nello scanzonato amore dei Morning Teleportation e per il rischio di restare un gioioso prodotto sottoculturale.

Restiamo in Kentucky, ma guardando all’indietro. Proiettiamoci nel ’69, l’anno di Woodstock e del piccolo passo dell’umanità sul suolo di sorella Luna. Fu un anno musicalmente così ispirato da finire per sommergere tanti capolavori che poi, faticosamente, solo più tardi riusciranno a emergere e a guadagnare il meritato riconoscimento. Nick Drake, per esempio, finì a bagno col suo favoloso disco d’esordio “Five Leaves Left”, condannato all’anonimato dalla concorrenza. Un altro che non riuscì a decollare, malgrado un disco da leccarsi i baffi, si chiamava Jim Ford, che del Kentucky era originario, nella sua componente più povera e rurale. Ford era un tipo stravagante anche per i suoi tempi, venuto su nella miseria della Harlan County a cui avrebbe intitolato il disco-capolavoro di cui vi stiamo parlando. Scappare era stata la sua parola d’ordine e alla fine c’era riuscito, sbarcando nella Los Angeles ruspante e tentatrice di fine anni Sessanta. Qui avrebbe perduto il filo della sua vita, piombando nella spirale della droga da cui non si sarebbe mai risollevato, facendo al tempo stesso conoscere il suo talento d’autore, sebbene le sue canzoni venissero affidate alla voce di altri artisti, (molti di gran nome, come Bobby Womack, Aretha Franklin e i Temptations).

Il biondo Ford aveva un tocco particolare per i pezzi soul, sebbene poi li colorasse sempre con accenti bianchi, spezzature country e swing (è il segreto del white funk, che sarebbe apparso anni più tardi). “Harlan County” è esattamente questo: un lavoro pirotecnico nel quale soul, country, hillbilly e pop convergono in una vitalità oltraggiosa, sebbene la voce di Ford non brilli per eleganza. L’album, ignorato dai contemporanei, è stato riscoperto qualche anno fa. Ford nel frattempo ha chiuso un’esistenza sfortunata, ritrovato cadavere nel 2007 nel Kentucky che era sua prigione e sua ispirazione. Il bello è che scoprire quasi mezzo secolo dopo un disco di questo valore dà un brivido formidabile. Ci conferma che fortuna e talento spesso non vanno a braccetto e ci convince che è ancora da mappare la strana, meravigliosa storia d’amore tra il 900 e la musica elettrica, come veicolo delle aspirazioni di gente d’ogni genere, colore e valore. Buon Natale a tutti.

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