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Piers Faccini l'apolide e Bert Jansch, esempio di vere sperimentazioni

C’è uno stravagante personaggio dal nome mezzo italiano, Piers Faccini, arrivato alla quarantina e noto, tra il pubblico della musica, solo a una ristretta cerchia di seguaci. Vale la pena di parlarne, in coincidenza con l’uscita del suo quinto album di una produzione cominciata dieci anni fa e tutta veicolata attraverso label francesi.

6 Dicembre 2011 alle 12:53

C’è uno stravagante personaggio dal nome mezzo italiano, Piers Faccini, arrivato alla quarantina e noto, tra il pubblico della musica, solo a una ristretta cerchia di seguaci. Vale la pena di parlarne, in coincidenza con l’uscita del suo quinto album di una produzione cominciata dieci anni fa e tutta veicolata attraverso label francesi. Piers, in effetti, è un apolide della canzone: è figlio di un italiano e di un’inglese, è cresciuto più che altro oltralpe ma ha anche seguito prestigiosi studi a Eton. Ha fatto parte anche, in veste di chitarrista, di un gruppo di art rock, i Charley Marlowe, guidati dalla poetessa Francesca Beard e poi, grazie agli auspici dell’amico Ben Harper, ha cominciato una carriera solista di notevole livello qualitativo ma che non è mai riuscita veramente a decollare.

Il suo suono ha una radice profondamente acustica, intense influenze africane e uno stile vocale a metà tra il relax crooning di Jack Johnson con tanti echi tratti da 40 di canzone psicologica britannica, quella compresa tra Nick Drake e Damien Rice. “My Wilderness” è un album elegante, forse fin troppo, perché se un difetto va individuato nella musicalità di Faccini è proprio qualche eccesso di ricercatezza, degli accenti artefatti nella descrizione di lacustri malinconicità. Ma il suo progetto è forte e la decisa impronta mediterranea che distingue questo disco dalle produzioni precedenti promette ottimi risultanze, nel caso arrivi a contatto con un pubblico più vasto. Perché, soprattutto, pare arrivato a maturazione quel procedimento d’integrazione delle sue competenti canzoni con coloriture sonore pescate nella tavolozza del sud del mondo, integrate all’eccellente lavoro di orchestrazione d’archi - il violoncello di Vincent Ségal, prima di tutto - che richiama il magico lavoro grazie al quale Robert Kirby giocò un ruolo determinante nell’edificazione del primo mito sonoro di Nick Drake. “My Wilderness” – in particolare nella sontuosa title track – è un disco denso e impegnativo, che in Italia può contare su un seguito robusto ed entusiasta. Certo non guasta aggiungere che Piers è di sicuro uno col phisique du rôle, insomma un fico pazzesco, uno di quelli che sembrano nati con una chitarra al collo e lo sguardo liquido che fa sciogliere chiunque lo incroci.

Non bisogna allontanarsi granché dai suoni agrodolci di Piers per dare una notizia triste e tardiva, ma che desideriamo sia almeno un sentito omaggio. Alcune settimane fa è scomparso Bert Jansch, uno che, quanto a chitarra folk britannica, era il poeta laureato. Se siete stati o siete consumatori della grande scena del folk-rock d’oltremanica anni 60 e 70 vi sto dicendo cose banali e risapute, ma io resto ancora impressionato da quanto talento, intelletto, libertà, progettualità e lungimiranza fosse concetrata in questo ristretto giro di artisti e gruppi, tutti in continua mutazione, scambio e contaminazione, e dei quali Bert fu tra i leader indiscussi, fondatore dei Pentangle e come studioso e innovatore del suo strumento – nella ricerca verso il passato e nell’interpretazione rivolta al futuro. Di lui Jimmy Page diceva che era arrivato a penetrare nelle possibilità espressive della chitarra come nessun’altro e Johnny Marr degli Smiths l’omaggiava come il più influente strumentista della scena inglese. Ma, ripeto, quella scena che Bert dominava, grazie al suo sodalizio con un altro talento assoluto come Danny Thompson – nei Pentangle, appunto – e nella quale figuravano magnificamente formazioni come Fairport Convention, Steeleye Span e Incredible String Band, quell’ambiente conteneva più di un grande suono e di una poliedrica visione culturale della musica: nella scena folk-rock si muovevano infatti alcune delle più brillanti intelligenze di Britannia, che per passione veicolavano in termini musicali un approccio esistenziale più vasto, un’attitudine intellettuale indissolubilmente intrecciata a una visione politica della musica e a una visione poetica della politica. Sono storie di altri tempi, di un’altra Inghilterra, di una Londra alternativa che non esiste più ma che ebbe in questo introverso scozzese un padrino e un grande pigmalione. Vi invito, ancorìoggi a scovare e ad ascoltare “Needle of Death” la ballata contro la droga che Jansch scrisse per il suo album d’esordio nel lontano 1965, dopo che un amico s’era ucciso con un’overdose. In quelle rime sepolcrali, in quel riff di chitarra che è entrato a far parte dell’immaginario condiviso inglese, c’è già la consapevolezza del ruolo del musicista come interprete dei suoi tempi: dev’essere stata una sensazione particolare, intensa e importante, che gente dalla mente veloce e brillante come Bert assaporò in quegli anni, frugali e appassionati. Al punto di coltivare il sogno di dare nuova linfa alla tradizione, mentre al tempo stesso, la si usava come pista di decollo per la sperimentazione verso il futuro. Onore a Bert Jansch, scomparso all’età di 67 anni.

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