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Perduto e ritrovato, il Tom Waits di “Bad As Me” è di nuovo grandioso

E’ prodigiosa la rapidità con la quale facciamo ricominciare le nostre storie d’amore con coloro che sono stati nostri idoli tanti anni fa, ma dai quali alla fine ci siamo staccati, come se le nostre strade abbiano preso a marciare sempre più lontane.

1 Novembre 2011 alle 09:33

E’ prodigiosa la rapidità con la quale facciamo ricominciare le nostre storie d’amore con coloro che sono stati nostri idoli tanti anni fa, ma dai quali alla fine ci siamo staccati, come se le nostre strade abbiano preso a marciare sempre più lontane. Basta la cosa giusta, come suggeriva Spike Lee, e l’armonia si ricompone (e non può mica essere sempre colpa di noi fan, certe volte sono loro, gli artisti, a sottoporci a prove troppo dure). Oggi parliamo di focalizzazione, ovvero della capacità che alcuni musicisti dimostrano di sapersi riappropriare del loro percorso artistico, di quella purezza espressiva, di quella personalità netta e definita per la quale s’erano fatti amare, almeno da noi. All’impronta ci vengono in mente due nomi per illustrare il discorso, due casi di formidabile ammirazione, di letterale transfert nel patrimonio estetico dell’artista in questione, poi pressoché dissolto dalle sue variazioni, più o meno inattese, dal suo modo di continuare, che non era quello che ci attendevamo o, per meglio dire, non era più ciò di cui avevamo bisogno da lui.

Ad esempio, David Lynch e Tom Waits, figurine di un’America sintonica, individualista, densa, avventurosa, affascinante e perfino pericolosa, la stessa che fatica a respirare dall’11 settembre. Per un considerevole lasso di tempo questi due artisti ci hanno dato opere che sembravano una per l’altra perfette, evolutive, piene di fantasia, visione e pensiero. Poi entrambi hanno raddoppiato, triplicato, gli ottani del loro motore creativo. Sono divenuti in un certo senso la proliferazione di se stessi, se non in certi casi, diremo al limite della scortesia, la caricatura: Lynch ha fatto film che sembravano girati da un suo seguace pazzo e privo della sua misura e dell’eleganza del tocco, e Waits è sprofondato in una sguaiatezza autoreferenziale, cominciando a mettere in circolazione album sbriciolati negli eccessi, che all’ascolto sembravano una dispettosa condanna per i suoi compunti ammiratori. La sua voce amplificava, esagerava i vezzi originali, quando s’era manifestata come un curioso mix di citazionismo e naturalezza, le sue canzoni prendevano sempre più forme mantriche, ripetitive, in cui la teatralità dell’eccesso pareva avergli preso la mano, al punto da intimorirci e costringerci a starne lontani.

David Lynch lo stiamo aspettando. Waits, invece, semplicemente, è tornato. Magnifico. Con un disco memorabile, intitolato “Bad As Me”. Si è magicamente rifocalizzato, è tornato senza mediazioni allo splendore di “Rain Dogs”, scrollandosi di dosso tutte le maschere di cui era divenuto prigioniero. In “Bad As Me” conta su una compagnia di accompagnatori ragguardevole, se è vero che, a fianco dell’abituale chitarrista Marc Ribot, ci sono David Hidalgo spirito fondante dei Los Lobos e del suono Tex-Mex, il vecchio amico Flea poi un certo Keith Richards della promettente band britannica Rolling Stones, nonchè la legittima consorte Kathleen Brennan a coadiuvarlo nella stesura di testi (come fa fin dai tempi di “Swordfishtrombones”) uniformemente concentrati sul tema amoroso, dolci come i bastoncini natalizi biancorossi e popolata del serraglio della sua fantasia, fatta di sentimenti e ubriaconi, speranze, incubi, illusioni e lacrime.

Del resto, più delle parole, è di nuovo il suono a prevalere in questa rinascita di Tom: una extravaganza americana, con tutte le declinazioni dei suoni possibili per le mani e la bocca di un intrattenitore notturno: jive, blues, junkyard, rockabilly, cajun, vaudeville, crooning. Un gospel pagano dove finalmente i rumorismi tornano a essere coloriture e non provocazioni e nel corso del quale Waits, addirittura, si permette il lusso di cantare in falsetto una canzone. “Bad As Me” è un album piuttosto grandioso, che permetterà prodigiosi ritorni d’amore verso questo artista che non ha ammesso imitazioni o eredi. Lui ci ha pensato da solo a ritrovare la sua voce più ascoltabile, a rimettersi in sesto, a lasciare da parte le fissazioni e, come in un film di Frank Capra, a riaffacciarsi nelle nostre cuffie ripulito, pronto e sereno come nella “New Year’s Eve” che chiude l’album, in cui intona perfino un pezzo di “Auld Lang Syne”, la canzone della riconciliazione, del ritorno e di quel grande abbraccio di cui tutti abbiamo bisogno. A proposito, lo sapete che quella vecchia nenia che noi chiamiamo “Il valzer delle candele”, l’ha scritta un piemontese, Davide Riccio, nel Cinquecento, quand’era al servizio di Maria Stuarda?

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