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Ci vuole stomaco per tornare sul luogo del delitto, ma quel video di Alex Harvey è imperdibile

Una perla. Ma non per tutti. Serve un apprendistato. E lo stomaco per tornare sul luogo del delitto. A noi, quando ci siamo inciampati sulla Rete, ci ha spezzato il cuore e non potevamo non invitarvi a provare in proprio.

18 Ottobre 2011 alle 00:00

Una perla. Ma non per tutti. Serve un apprendistato. E lo stomaco per tornare sul luogo del delitto. A noi, quando ci siamo inciampati sulla Rete, ci ha spezzato il cuore e non potevamo non invitarvi a provare in proprio. Il tema è: il rock britannico classico, nella sua matrice più semplice, sincera e misteriosa (sì: dotato di un esoterico richiamo paragonabile a quello su cui aveva indagato Dylan ai tempi dell’esilio a Woodstock con la Band, per registrare i “Basement Tapes”). Qui la materia è tutt’altra: si parla di Regno Unito moderno – e non contemporaneo – intriso della matrice operaia, della predominanza psicologica delle avverse condizioni atmosferiche, della nebbia che invade strade e cervelli quando scende la notte, e la malinconia affiora, l’alcol scorre e i ragazzini complottano per un’agognata libertà dai legacci delle regole. Parliamo di chitarre elettriche di seconda mano, di ragazzotti che cantano per provare a smettere di fare i muratori, di serate a 30 sterline nei pub di periferia, e della magia: pescando tra avanzi di skiffle, odori di blues, turbamenti soul e i fantasmi di Beatles e Rolling Stones, nascono formidabili band di puro rock citazionista – niente esperimenti, solo canzoni solide, sudore e birre, un po’ di vaudeville, ammiccamenti sessuali e spesso, davanti al microfono, un cantante e frontman ben preciso, al quale in fondo è dedicato il cantico di oggi: il malandrino. Avete presente Dr. Feelgood, o il misticissimo Ian Dury, neppure fosse Capitan Uncino alla guida dei suoi Blockheads? Cantanti presi di peso dai film di Guy Ritchie, quelli sul mob londinese, quelli con Vinnie Jones. Beh, tra questi rock singer in odore di gangsterismo, ce n’è uno per il quale abbiamo sempre avuto un debole, per quanto sia passato a miglior vita da trent’anni, ovvero all’altezza dell’82, quando aveva già 47 primavere. Il suo nome è Alex Harvey, scozzese di Glasgow, infanzia umile, giovinezza divisa tra il cantiere e il tentativo di farsi una carriera nel rhythm’n’blues. Non gli va troppo bene, per quanto bazzichi anche lui Amburgo e i bassifondi inglesi all’inizio dei Sixties. Poi, quando il decennio è agli sgoccioli, ha la trovata giusta: praticamente rileva un gruppo di scarso successo ma buon talento, i Tear Gas, e ne fa la sua backing band (suo fratello, tra l’altro, Les Harvey qualcuno lo ricorderà come il chitarrista che resta vittima di una folgorazione elettrica sul palco, mentre accompagna Maggie Bell).

Insomma è nata la Sensation Alex Harvey Band e le cose si mettono a funzionare. Merito dei suoi gregari senza grilli per la testa e di un chitarrista formidabile chiamato Zal Cleminson, che sale sul palco vestito da clown triste, facendo uno spettacolo nello spettacolo. E merito delle performance di Alex, metà cantante da cabaret, metà urlatore vecchio stile, in giubotto di pelle, maglia a righe bianche e nere da ragazzaccio, enorme ciuffo imbrillantinato (che durante i concerti sistema cospargendolo di birra) ed eterna cicca penzoloni dalle labbra. Canta, in cockney spudorato, buffe storie di disperati e prostitute, guardie e ladri. Il pubblico d’oltremanica lo adora e lui non si fa pregare a scendere a compromessi (ad esempio la sua disgustosa versione di “Delilah” che trasforma in un hit), diventa un habitué di Top of The Pops, ma è soprattutto dal vivo che dà il suo meglio. I suoi show sono a metà derby calcistici per hooligans, metà celebrazioni di quel ruvido edonismo disperato (lo stesso dei fotogrammi di “Sabato sera, Domenica Mattina”) che pure sorreggeva, prima che arrivasse Tony Blair, quella gente scontrosa e scontenta. Harvey cantava la versione proletaria del rock elettrico e il suo album d’esordio “Framed” è il suo capolavoro.

La title track in particolare
– storia di un poveraccio con la coscienza sporca pizzicato dai poliziotti, interrogato, riconosciuto e spedito in gabbia mentre non fa altro che ululare che è stato incastrato, “framed” appunto, e che la vita è troppo cattiva con lui. In queste cose ci siamo imbattuti in una pigra serata, ed è stata un’agnizione. Digitate su YouTube le chiavi di ricerca “Alex Harvey” e “Framed”: finirete sparati al Ragnarock, un festival alla Holmenkollen Arena di Oslo, Norvegia, il 16 giugno del 1974. E’ pomeriggio, e in platea ci sono fin troppi hippies per un rocker come Alex. Ma lui è di buon umore, alticcio, ha voglia di gigioneggiare e al suo fianco ha Zal, il clown che rocca e rolla. E’ un miserabile filmato in bianco e nero, eppure contiene la pietra filosofale del rock. Che riassumeremo: “Rock fai se rock sei”. Predestinazione, non vocazione. Modo di essere. Istinto. Sennò perché questo pazzo defunto, che annusa calze di nylon mentre un chitarrista psicotico rilascia un assolo punteggiato di linguacce, perché tutto ciò, a guardarlo, ha su di noi l’effetto dell’assenzio?

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