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Il gusto di ricomprare un vinile per vedere l'effetto che fa

A pensarci, almeno un cinquanta per cento dei meriti per i quali l’umanità – in particolare nel suo versante pop – dev’essere grata a Steve Jobs sta nell’idea di riciclare degnamente la musica come genere di consumo, intrattenimento ed elucubrazione, nel momento in cui i suoi media e i suoi strumenti di diffusione mostravano la corda.

10 Ottobre 2011 alle 21:20

A pensarci, almeno un cinquanta per cento dei meriti per i quali l’umanità – in particolare nel suo versante pop – dev’essere grata a Steve Jobs sta nell’idea di riciclare degnamente la musica come genere di consumo, intrattenimento ed elucubrazione, nel momento in cui i suoi media e i suoi strumenti di diffusione mostravano la corda: insomma, l’idea di dare una forma presentabile e perfino attraente alla digitalizzazione della musica, al suo trapianto da un universo all’altro, ai suoi nuovi percorsi di accesso – cuffiette, iPod, iTunes, la scoperta del download gratuito, hanno rappresentato una rivoluzione. Coincisa anche con un qual disgustoso appiattimento – se si parla di qualità, di ritualità della fruizione, di slittamento estetico verso il basso dell’intero sistema digitale, che ci ha riempito di suoni che non ci va di ascoltare, di scarichi distratti, di frammenti innominati, di files gracchianti, di notturni larsen. C’è la resistenza dei collezionisti, o il distacco degli intransigenti che dicono che loro no, con gli mp3 non hanno rapporti. Ma sono minoranze e quel che conta è che i nostri figli vanno nella direzione opposta e per la loro la musica è quella e praticamente solo quella, perché non hanno fatto in tempo a sentirne un’altra, e addirittura i cd li guardano come reliquie d’un bizzarro passato. Così, dal momento che i vinili da troppo tempo li abbiamo confinati in una soffitta, di colpo abbiamo deciso di comprarne uno e portarlo a casa, tanto per vedere l’effetto che fa. Abbiamo letto di questa curiosa iniziativa di un editore di dispense che rimanda in edicola 40 titoli gloriosi del jazz, edizione a 33 giri con vinile da 180 grammi e confezioni confacenti agli originali. Primo titolo: “Kind of Blue” di Miles, mica noccioline, per otto euro. Beh, vi garantisco che l’emozione ha superato le aspettative: saranno stati poco meno di vent’anni che non compravamo un vinile, che invece era stato il gesto liturgico della gioventù. E l’oggetto, miracolosamente, ha mantenuto intatto il sex appeal, che ridicolizza la volgarità dei jewel box dei cd, per non parlare dell’identità solo-schermo dei files. Al tatto e all’occhio, ti risale di colpo tutto il XX secolo, la matrice indissolubilmente analogica che l’ha caratterizzato, con quel contributo di sistematicità, di forme, di tempi, di eleganza e visualità che l’accompagnavano. Purtroppo l’operazione ha anche un acre gusto “replica”: i materiali utilizzati, nonostante la buona volontà, sono solo un’evocazione degli originali. Il cartone dell’album, la carta della busta interna e della label, perfino il celophane hanno una percepibile natura “cinese”. Ma le foto sono lì, i testi a corredo anche, i solchi neri sono lucidi e credibili e la stampa è stata pressata dignitosamente (e poi, le nostre orecchie digitalizzate sono davvero capaci di resettarsi ai valori di un tempo?). Insomma, se non ci si perde in perfezionismi, l’effetto c’è. Ed è bello, un po’ clandestino, intinto nel feticismo. E difficilmente ci si salva dalle bordate del “come eravamo” e del “voglio farlo sentire ai ragazzi”. E’ ancora sexy, e basta. Ma resta il passato: impossibile ricominciare da lì. O tornarci. E’ stato bello rifarlo, almeno una volta. Fermo restando che la seconda uscita di questa collana sarebbe Coltrane, e allora…

Dopo tutto questo parlare, qualcosa da cantare, o perlomeno un disco gradevole, seppure non un capolavoro – a dispetto del fatto che la critica Usa lo segnali con interesse, in quanto proposto dalla Fat Possum, oggi una delle etichette indipendenti dal catalogo più valoroso. L’album s’intitola “The Year Of Hibernation”, a firma di Youth Lagoon, pseudonimo di un singolo musicista, il 22enne Trevor Powers che emerge dalla profonda provincia americana di Boise, unica città degna di nota dello stato dei campi di patate, l’Idaho. Siamo in pieno territorio di produzioni “bedroom”, “da cameretta” diciamo noi, frutto di elaborazioni semi casalinghe realizzate a costo zero, grazie al progresso della tecnologia musicale alla portata di tutti (e anche qui un’occhiatina a Jobs va data, non foss’altro per quel prodigio gratuito chiamato GarageBand, in omaggio a tutti gli acquirenti di un nuovo Mac). Queste acque della laguna della gioventù sono placidissime e remote, e i primi echi che vengono in mente sono quelli del venerabile Bon Iver ma anche del Perfume Genius del quale parlammo (bene) tempo addietro. C’è una base elettronica rarefatta e disseminata di echi dubstep, ci sono scintille chitarristiche che riecheggiano il brit-dark dei Cocteau Twins, c’è la sottile voce di Trevor che, galleggiando tra echi e reverberi, suggerisce sogni e visioni. Il tutto in una dimensione ovattata, serena, notturna, tipica di un disco al quale ci si può affezionare empaticamente, non in quanto prodigio, ma come sonorizzazione di un qualche momento di passaggio, magari questo, nel quale è indispensabile allestire la riserva di canzoni grazie alle quali superare l’inverno.

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