cerca

Dopo il caso Fossati, il nome giusto per consolarvi è Roberta Flack. Ascoltatela e capirete perché

S’allunga il filo che in questo 2011 cuce presente e passato, le cose che riaffiorano e quelle che si accommiatano. Domenica, Ivano Fossati è andato in tv per presentare il suo nuovo disco e le sue dimissioni dalla carriera musicale. Strana convergenza, per di più in un momento così affollato di addii. Promettiamo di tornarci sopra presto, una volta ascoltato “Decadancing”, a cui l’ottimo genovese affida il passo d’addio. E per non allontanarci dal tema dominante, continuiamo a guardare nel retrovisore.

4 Ottobre 2011 alle 00:00

S’allunga il filo che in questo 2011 cuce presente e passato, le cose che riaffiorano e quelle che si accommiatano. Domenica, Ivano Fossati è andato in tv per presentare il suo nuovo disco e le sue dimissioni dalla carriera musicale. Strana convergenza, per di più in un momento così affollato di addii. Promettiamo di tornarci sopra presto, una volta ascoltato “Decadancing”, a cui l’ottimo genovese affida il passo d’addio. E per non allontanarci dal tema dominante, continuiamo a guardare nel retrovisore.

A questo proposito va detto che molti ignorano che la città più nera d’America sia Washington D.C., con una popolazione per oltre il 50 per cento afroamericana, frutto delle migrazioni precedenti e successive la fine della schiavitù. Eppure è raro imbattersi nella capitale, quando si tratta di storie sulla cultura popolare americana. Capita oggi, per raccontarne una motivata dalla notizia che vi daremo in conclusione. Dunque a Washington i neri hanno da tempo creato un establishment solido, inclusa una celebre università ribattezzata la “Harvard nera”. E’ l’eminente Howard University, fondata nel 1867 e con un roster di notabili ex alunni, da Toni Morrison a Amiri Baraka, da Stokely Carmichael a Thurgood Marshall, il primo giudice nero della Corte suprema. E in questa scuola sono transitati anche tanti protagonisti della storia musicale del paese. A Howard ha studiato Smokey Robinson e compagni di corso – e subito amici (se non qualcosa di più) – furono due ragazzi con un destino diverso nel mondo del pop, ma entrambi con un luminoso futuro che li attendeva di lì a poco.

Lei si chiama Roberta Flack, nativa della Carolina ma cresciuta nei dintorni, in un’agiata famiglia di Arlington. Lui, Donny Hathaway, più giovane, ha origini umili e arriva da un quartiere povero di St. Louis dov’è stato cresciuto dalla nonna, ma ha frequentato con profitto gli studi liceali, al punto da vincere una borsa di studio per la Howard. I due ragazzi hanno caratteri differenti, ma sono uniti dalla profonda passione per le sette note: Roberta è un tipo determinato, convinta di trovare uno sbocco alla sua vocazione musicale classica. Da ragazzina prodigio insegna nella più rinomata scuola bianca del quartiere ricco e bianco di Chevy Chase, è la stella del coro della sua chiesa battista e come pianista accompagna vari cantanti d’opera nei locali più selezionati del downtown. Lui invece è un tipo complicato, dal carattere instabile, nervoso e geniale, e ha lungamente flirtato con la scena jazz della sua città prima di imboccare la promettente strada del r’n’b, che nel cuore degli anni Sessanta fa sentire potente il suo richiamo.

Vale la pena di ascoltare ancora oggi “Everything is Everything”, il sontuoso disco d’esordio che Hathaway pubblica nel ’70 per l’Atlantic, degno di rivaleggiare con le contemporanee intuizioni musicali di Stevie Wonder e contenente “The Ghetto”, un’ambiziosa suite che sarà il suo hit assoluto. Nel frattempo anche Roberta Flack cambia strada, convinta dai produttori della stessa Atlantic Records a tentare la strada di un pop sofisticato. Forte della sua preparazione musicale e di mezzi vocali non comuni, in una session di sole 10 ore Roberta registra 40 canzoni dalle quali vengono scelti i pezzi per comporre l’esordio “First Take”, quando corre l’anno 1969. E’ tempo che le strade dei due amici conosciutisi nelle aule della Howard tornino a incrociarsi: Donny ha lasciato gli studi, Roberta li ha conclusi, ma quando i due si ritrovano la scintilla artistica scocca subito.

Nel frattempo per entrambi è già il momento del successo: Clint Eastwood inserisce “The First Time Ever I Saw Your Face” della Flack nella colonna sonora della sua prima regia e il film trascina l’album in testa alle classifiche, mentre di Donny Hathaway già si scrive come del nuovo genio della black music. Roberta e Donny cominciano a registrare insieme regolarmente e la loro produzione in duo, ascoltata ancora oggi, è di un livello incredibile, nell’accezione di una musica sofisticata dal forte accento soul, quel black groove di cui per anni si sarebbe affinata la formula (anche se curiosamente, il successo assoluto di Roberta, la gemma “Killing Me Softly”, la registra in solitudine, lasciando indietro Donny). Nel ’72 vincono un Grammy in coppia “Where Is the Love” (1972) e si ripetono l’anno dopo con “The Closer I Get to You” entrambi formidabili hit da classifica. Ma le loro strade sono destinate a separarsi. La salute mentale di Hathaway peggiora rapidamente e quella ragazza concreta di Roberta interrompe la collaborazione. Nel 1979, a soli 34 anni, Donny mette fine ai suoi giorni buttandosi da un balcone a Washington. La Flack, invece, è ancora prodigiosamente in circolazione. Ed ecco la notizia: a 75 anni suonati, questa venerabile del black sound, torna alla discografia, con un progetto dedicato ai Beatles. Se andate su Facebook c’è una pagina di anteprima, intitolata “We can work it out”, come la canzone. Fatele una visita. Ci ringrazierete.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi