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I Girls sono dei maschi, il 2011 è l’anno del retro e “Vomit” è una romantica canzone d’amore

"Vomit” – così, senza giri di parole: vomito e sappiate che si tratta di una romantica canzone d’amore – è il singolo di traino del secondo album dei Girls, e ricorda i primi Radiohead.

27 Settembre 2011 alle 00:00

"Vomit” – così, senza giri di parole: vomito e sappiate che si tratta di una romantica canzone d’amore – è il singolo di traino del secondo album dei Girls, e ricorda i primi Radiohead. La San Francisco notturna che si vede nel video, con una Mustang rossa vintage che gira per downtown, riecheggia quella turbolenta viziosa e puttana dei film verità anni Sessanta. E Christopher Owens, cantante e leader della band, non nasconde l’intenzione bionda di sembrare la reincarnazione di Kurt Cobain, morbido e sussurrante fantasma. Benvenuti a un album capolavoro, col quale sonorizzare il commiato dall’estate ascoltando qualcosa che però vi sembrerà d’aver già sentito tante volte nella vostra vita. Perché oramai è chiaro il trend, dominante del 2011: rifare. Non uguale, con lievi ma significativi slittamenti e distonie che valgono il fattore di contemporaneità. Ma rifare. E veniamo alla particolare storia dei Girls che, naturalmente, sono due maschietti.
Nel primo disco – con gusto minimalistico intitolato “Album” – Chris cantava come fosse l’imitatore dell’Elvis Costello anni Ottanta: uguale, fotocopia e la cosa ci aveva inquietato, per quanto le canzoni non fossero male. Che voleva mai dire quel timbro copia carbone, perfino un po’ pacchiano? Decidemmo di aspettare.

Il secondo disco non c’entra niente col debutto. Il che incoraggia, ma evidenzia dei latenti problemi di personalità multipla (o di scarsa chiarezza progettuale?) dei quali a Owens bisognerà chiedere conto. Il fatto però è che “Father, Son, Holy Ghost” è lavoro di livello elevatissimo, magnifica maturità e grande consumabilità. Come se l’astronave adesso fosse atterrata sul pianeta giusto, al termine di un viaggio esistenziale, come quello di Owens, tutt’altro che semplice, se è vero che se ne viene al mondo tra i Bambini di Dio, setta fanatica fondata nel ‘68 da David Berg, un evangelista pazzo e apocalittico che ordinava alle donne che lo seguivano di prostituirsi per finanziare l’organizzazione. Pare che questa fine abbia fatto anche la madre di Chris, e lui, ragazzino, al seguito delle peregrinazioni della giovane donna per i letti di una galleria di sconosciuti. “Un inferno”, racconta adesso. A cui Chris prova a sottrarsi scappando a 16 anni dalla setta e rifugiandosi ad Amarillo, dove si nasconde nella comunità punk della cittadina. Quando stanno per riacchiapparlo ecco che il ragazzino s’imbatte nel suo personale Babbo Natale: Stanley Marsh 3 (si scrive proprio col numero) il miliardario della zona, hippie, filantropo e prankster, che decide di occuparsi personalmente di quel fanciullo bizzarro e promettente.
Nel frattempo, infatti, il ragazzo ha ricevuto una surreale educazione musicale che però sta cominciando già a dare frutti: il profeta Berg, infatti, permetteva agli adepti di ascoltare solo la musica che piaceva a lui: Elvis, Beatles, Beach Boys, nonché quella scritta dal primo chitarrista dei Fleetwood Mac, Jeremy Spencer, membro della setta e primo a regalare a Owens una chitarra. Ci si può scommettere che con questa formazione, non è difficile diventare compositori di un certo livello. Beh, ecco dunque quanto può essere strana un’adolescenza americana. Alla fine Owens approda a San Francisco e in quello che ha l’aria di un lieto fine, s’imbatte nel genietto locale JR White, uno un po’ suonato come lui, ma col divino sapere di come produrre un grande album.

Ed eccoci a questo capolavoro, destinato a essere ricordato come uno dei quattro o cinque album da salvare del 2011. “Father, Son, Holy Ghost” è un disco di eccellenti canzoni, che suonano magnificamente e sono cantate benissimo: in pratica, la sempreverde applicazione della migliore formula del pop. E’ pieno di risonanze e di slittamenti casuali di quel groviglio sonoro in cui tutti siamo impigliati, cresciuti a colpi di radio e di rock: Paul Simon, Brian Wilson, Randy Newman, Pink Floyd e tanta altra musica che sgocciola dagli anni Sessanta e Settanta, mentre i testi parlano – con l’innocenza stonata che resta in circolo a un ex Bambino di Dio, col debole per l’autodistruzione chimica – di amori fallimentari, amici che ti tradiscono e vita lancinante in generale (c’è chi paragona il suo fatalistico minimalismo a quello di Jonathan Richman).

Morale? Date una chance ai Girls, a dispetto del nuovo look fastidiosamente provocatorio di Owens, che non resiste alla tentazione di mettersi nei panni del grande suicida che scrisse “Nevermind”. E sedetevi al tavolo del gioco di stagione: “l’Anno del Retro”, il 2011 come il momento in cui si ammette che siamo tutti figli e debitori di un passato lontano, ma che riusare quella roba non deve essere necessariamente un’operazione tetra e vampiresca. Il pop si aggira tra i suoi resti e ci prova gusto, in attesa di tempi migliori e d’improbabili rivoluzioni. Amore tra le rovine, come s’intitolava quel film di George Cukor del ‘75 in cui i mummificati Laurence Olivier e Katharine Hepburn, riaccendevano la fiamma della passione. Anche al pop serve la spinta degli antenati.

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