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Ascoltare Nick Drake e Fionn Regan e capire che per la musica 40 anni non sono nulla

Sempre ragionando attorno a quel principio dell’emancipazione dalle cose del passato, che le pagine di “Retromania”, il saggio di Simon Reynolds in uscita in questi giorni in Italia, ottimamente sintetizzano.

20 Settembre 2011 alle 00:00

Sempre ragionando attorno a quel principio dell’emancipazione dalle cose del passato, che le pagine di “Retromania”, il saggio di Simon Reynolds in uscita in questi giorni in Italia, ottimamente sintetizzano. Ci sono casi e momenti in cui la musica, tra gli altri suoi poteri magici, possiede quello di paralizzare il tempo. Per esempio c’è una vecchia parabola dell’antico pop, che da sempre mi affascina: è ambientata tra le brume di Cambridge, sul finire degli anni Sessanta, tra gli studenti universitari di quel posto in quegli anni, ragazzi profondi e turbolenti al tempo stesso. Uno di loro era il dinoccolato Nick Drake, figlio di buona famiglia, studente inconcludente, ma già musicista sopraffino, intimamente convinto d’essere destinato al successo, se non a imperitura gloria artistica. Le cose andarono diversamente, almeno finché Nick restò in vita, prima di quello che venne liquidato come un suicidio accidentale a soli 26 anni, con tre album di sicuro insuccesso alle spalle e una depressione irrefrenabile a paralizzarlo. Ma restiamo ai suoi vorticosi inizi.

Dunque, una volta che si sente
sicuro di avere accumulato canzoni a sufficienza per pubblicare un primo album, Drake instancabilmente lavora alla forma che vuole dar loro, in vista di quello che, tempo dopo, diverrà “Five Leaves Left” disco d’esordio prodotto da Joe Boyd.  Sui musicisti che devono suonare con lui ha delle certezze, confortate dall’autorevolezza di Boyd: avere Richard Thompson e Danny Thompson in quel modesto studio londinese a 8 tracce, era una sicurezza. Eppure Nick non era soddisfatto, appagato: gli arrangiamenti dei suoi pezzi, curati dall’eminente specialista della Apple, Richard Hewson, non erano quello che voleva, mancavano di originalità – lui ossessivo perfezionista. Così prende la faccenda di petto: se ne torna a Cambridge e va a cercare uno studente come lui, di cui gli avevano detto un gran bene, ma che conosce appena. Si chiama Robert Kirby. Con Drake è colpo di fulmine: capisce al volo le sue intenzioni e le traduce in quattro memorabili trattamenti per altrettante canzoni, che verranno poi registrati da un quartetto d’archi e flauto, in una sola session di tre ore qualche giorno dopo. Il bello è che a scrivere questa piccola, memorabile pagina di storia della musica, sono due ragazzini – Nick all’epoca ha 20 anni e Robert 19. Eppure, da qui in avanti, questo momento privato assume per chi lo seguì di lontano un intenso significato esoterico e simbolico, nemmeno riassumesse l’essenza di un tempo e di uno stato mentale condiviso.

Veniamo all’anno 2011. Da un angolo dell’Irlanda, a firma di un talento che nelle ultime stagioni s’era fatto notare, affiora un lavoro che alle nostre orecchie entra in bizzarra risonanza con “Five Leaves Left”. Il protagonista è Fionn Regan, anagrafe che già rivela una provenienza antica, una continuità. Giunto al terzo album, dopo che i primi due già l’avevano imposto all’attenzione del Regno Unito come squisito interprete del new folk, con “100 Acres Of Sycamore” Fionn presenta il suo capolavoro, un’opera ricca d’implicazioni letterarie (lui cita “La Dea Bianca” di Robert Graves come ispirazione) e citazioni romantiche, ma che sfocia in una forma in cui affiora la risonanza di quel rigore e quel bisogno di ampiezza musicale che aveva animato Drake 40 anni prima. In sostanza, l’emozione è quella di sentire a una distanza di tempo così vasta, due album che non solo suonano intensamente nello stesso modo e nella stessa direzione intenzionale, ma addirittura continuano a rifarsi a un immaginario artistico e a un linguaggio musicale che condividono, sia virtualmente. “100 Acres Of Sycamore” è un album carico di evocazioni arcaiche e di un canto puro, su toni che ricordano piuttosto Donovan o Robin Pecknold dei Fleet Foxes, che i toni bassi di Drake. Ma le atmosfere sono in prodigiosa risonanza con quelle dell’artista che quel genio misconosciuto di Kirby definì “il patrono dei depressi”. C’è stupore, a sentire, in un altro tempo e in un altro mondo, due dischi suonare così conformi, nel loro introverso splendore. E’ come se la declinazione in musica di una fragile dolcezza esistenziale finisse per rappresentarsi allo stesso modo – e con la stessa bellezza – a dispetto delle stagioni che passano e degli scenari che si modificano. La scoperta, pur nella sua impalpabilità, trasmette un’insostituibile dose di consolazione.

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