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La vastità della nostra storia musicale e l’impossibilità di consegnarla ai nostri figli

Sarà che l’impatto del decennale dell’attacco alle Torri è stato psicologicamente più possente del previsto, che ci sia arrivato addosso un bel po’ di passato, nella condizione rattrappita del dopo-vacanze.

13 Settembre 2011 alle 00:00

Sarà che l’impatto del decennale dell’attacco alle Torri è stato psicologicamente più possente del previsto, che ci sia arrivato addosso un bel po’ di passato, nella condizione rattrappita del dopo-vacanze, in tutta la tragica negatività coicisa con quella giornata e con ciò che là ha avuto inizio, ma anche nella portata della diversità che si vede consumata, pure in un lasso di tempo così breve. La musica, poi, è un territorio dove la terrorizzante sensazione del “come eravamo” del “quanto siamo cambiati” e del “quando è successo che le cose sono cambiate?” è assai intensa. Ci fa sentire i nostri anni e, se siamo fortunati, stuzzica emozioni sopite – e quanto accade a quel punto è faccenda che tocca il privato di ciascuno.

Di fatto, oggi una delle sensazioni più spiazzanti che ci prende se osserviamo il nostro personale vissuto musicale, è la sua vastità: attraverso quali e quanti suoni, personaggi, mode, entusiasmi e agnizioni siamo passati – ogni volta trasalendo, ma forse, alla fine, restando più o meno sempre uguali. A quel punto il ragionamento nel quale incappiamo riguarda i figli: ci piacerebbe trasmettere loro, dal momento che sono ancora piccoli, appena teenagers, una spremuta del tutto, un sunto stringato ed esauriente di quel magma in cui noi e la nostra generazione ci siamo immersi, abbiamo nuotato e ci siamo nutriti. Ma i tentativi naufragano nella nostra inettitudine, nel loro spazientito disinteresse e forse nell’effettiva impraticabilità del compito. Non si può riassumere e presentare in modo soddisfacente questa storia: non è plasmabile, non le si può dare simmetria o logica. Non vale il principio di una parte per il tutto, perde pezzi, si sbriciola. Perciò non possiamo perseguire l’illusione che sia sostanziale, irrinunciabile, raccontare ai figli come sia andata, quanto sia stato bello e quanto loro stessi potrebbero godere dei riflessi di quello splendore. Il fatto, obviously, è che il problema è tutto e solo nostro. Consideratelo uno scrupolo, una debolezza magari una prepotenza. Certamente una pretesa. I “consumatori contemporanei” a cui ci rivolgiamo, ci guardano con patimento, formulano domande circostanziate, alle quali rispondiamo con complicate locuzioni, rimandi, postille, perché una cosa tira l’altra, una canzone necessita della sua fonte, madre, le citazioni sono ogni dove, storie e nomi si sovrappongono, si consumano, sprofondano nella domanda pietosa: “Anche questo è morto?”. Mio Dio.

Ha un bel po’ da scrivere Simon Reynolds nel suo bel “Retromania”, finché parla a noi, che abbiamo fatto la gavetta e intercettiamo connessioni, echi e ribaltoni. Ma a chi è arrivato oggi, come lo dici tutto questo, come gli offri gli strumenti di conoscenza, prima che si senta attaccato e in fondo estraneo? E’ pur vero che tanti di costoro pescano indietro, rifanno, riusano, in certi casi venerano a modo loro il passato, ma quello ormai è un patrimonio che giace lì semi-inerte chiunque ne ha voglia va, prende, morde un boccone, strappa un suono, lo trascina al presente e quella serie di frammenti, finirà per diventare la sua elementare, semplificata, personalizzata storia della musica moderna – pop, rock, folk, country, soul, dance e jazz. A noi resta il sentimento d’essere arche vagabonde di quell’enorme avventura. Di conoscere a menadito tutta quella roba e adesso di non sapere più bene che farne.

Pensare che questa elucubrazione è venuta a galla ascoltando un disco comprato per metterci alla prova, in quanto quando uscì, 27 anni orsono, lo avemmo in gran antipatia. Era il debutto dello strano ensemble Art of Noise, messo su dal brillante, quanto spocchioso giornalista d’oltremanica Paul Morley, dal Trevor Horn che aveva cominciato cantando “Video Kills the Radio Stars” ma si stava affermando come guru della dance sintetica, il tutto sostenuto da un gruppo di sessionmen. Con quel nome preso da Russolo e la volontà di scuotere il pensiero debole della musica da ballo del momento, gli Art of Noise in “Who’s Afraid of” allestirono un collage concettuale di rumori del presente, mescolandoli con echi dance e con un gran pezzo da classifica, quel “Moments in Love” del quale non ci saremmo liberati per anni.

Risentito oggi, nella solita versione deluxe infarcità di materiali video, il disco rivela però un inatteso potenziale sovversivo. Davvero l’idea di cercare visualità nella musica aveva fondamenti, effetti e grazia. Del resto in quel momento la nascente tecnica del campionamento schiudeva orizzonti nuovi, che sarebbero esplosi prestissimo. E c’era l’urgenza di camminare su quella strada che rinunciava alla purezza della canzone e guardava oltre, corrodendone la griglia estetica. Com’è finita? Gli Art of Noise non li ricorda più nessuno, ma in quell’esperimento c’era un momento di verità da salvare. Forse. O forse no. Forse è già inglobato, polverizzato in ciò che sarebbe successo dopo. E la nostra ansia, non è diversa da quella dei collezionisti di francobolli, in un mondo che non li usa più.

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