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La decadenza riflessiva delle edizioni deluxe e la certezza che la nostalgia vende benissimo

Da qualche tempo s’è diffusa una curiosa abitudine nel mercato discografico “di qualità”: la ripubblicazione di album definibili “storici”.

6 Settembre 2011 alle 17:16

Da qualche tempo – sintomo di quella che definirei una “decadenza riflessiva” – s’è diffusa una curiosa abitudine nel mercato discografico “di qualità”: la ripubblicazione di album definibili “storici”, non tanto per venerabile età, ma in quanto significativi di vaghi passaggi psicoemotivi più o meno collettivi, il tutto in surreali edizioni deluxe, arricchite da qualsiasi materiale aggiuntivo immaginabile – demotape, versioni alternative, pezzi scartati, spunti abbandonati, suonate ubriache, e naturalmente, foto, istantanee rubate, riproduzioni di appunti e manoscritti su tovagliolini dei diners, email di scazzo e qualsiasi altra cosa possa saziare il feticismo e consenta per qualche impagabile istante di riassaporare il sapore d’un tempo in realtà irrimediabilmente perduto. Immaginate se si procedesse alla stessa operazione, chessò, per i celebri romanzi (beh, in effetti ci provano talvolta – ultimo caso la buonanima David F. Wallace): pensate al gusto sadico di leggere come fosse mal scritta la prima stesura, chessò, di “Tenera è la notte” o come fossero imbarazzanti gli appunti privati di Pasolini per i “Ragazzi di vita”. La questione del confine tra voyeurismo e conoscenza, tra approfondimento e gossip è complessa: ma parlando di dischi, c’è la consolazione che tutto ciò che vede la luce, se non altro, ha quasi sempre il benestare dei titolari, e se alla fine sembreranno inopportuni nel loro esibizionismo, peggio per loro.

Ciò per dire che, tra le tante ristampe versione maxi del momento, è uscita quella d’un disco di undici anni fa, che ci è caro: “The Sophtware Slump” dei Grandaddy, da Modesto, California, che dopo onorata carriera si sarebbero sciolti nel 2006, lasciando attivi almeno tre membri con altrettanti progetti solistici. “TSS” sembrò all’epoca un gran bel disco, significativo nella sua equilibristica capacità di restare intensamente indipendente (allora ancora significava qualcosa, in termini di autarchia produttiva pre-all digital) e positivamente underground. Risentirlo oggi ci ha fatto venire più di qualche brivido (assaporare i famosi “materiali inediti” della versione deluxe, ce ne ha provocati altri di brividi, ma di natura diversa).

Però il fascino dell’album resta intatto e sebbene la sua uscita, immediatamente successiva al fatale choc dell’entrata in vigore dell’anno 2000, disti solo undici primavere, ci risveglia ricordi apparentemente lontani e una concitata successione di emozioni. Allora era appena tramontata l’onda della Grande Indolenza, coincisa col suono grunge, la morte di Cobain, nonché l’avvento della “sfiga” come condizione condivisa da X-geners e slackers. Finalmente si ripartiva a cavallo di una opportunità condivisa: lo straripante avvento della tecnologia, alla portata di tutti e capace di miracoli. I Grandaddy incarnavano una sofisticata percezione del fenomeno: la sensazione, ancora confusa, scettica, quasi onirica, densa di nonchalance, che nonostante tutto questo non sarebbe bastato. Che il nostro vivere, a dispetto di tanta rivoluzionaria innovazione, avrebbe continuato a sbattere contro gli stessi ostacoli, come una cavia cieca. Il tutto messo poeticamente in musica da questa band di svitati dall’aria rustica, le barbe e le tute da meccanici, neppure fossero cinque agricoltori inciampati nella strumentazione di una rock band rapita dai marziani. Tipi qualsiasi della California centrale, di quelli che non sanno fare di meglio che passare le serate in cucina a bere birra e dire stupidaggini, però col dono d’essere soavi e profetici, in questo caso attraverso la vocina instabile del leader Jason Lyttle, che anni dopo avrebbe raccontato d’aver scritto e registrato questo disco tutto da solo, in una vertigine sorretta dagli stupefacenti, tra visioni di robot perduti nella foresta e intuizioni musicali a braccetto col suo inconsapevole gemellino d’oltreoceano, il Thom Yorke dei Radiohead e di “Ok Computer”.

Che resta di tutto ciò, verso la fine del 2011? Un capolavoro musicale intatto, l’intuizione che le cose stessero andando a rotoli, l’ennesimo buon racconto del disfacimento di un sogno, un bel video fatto in casa che racconta la storia del disco (se lo guardate su YouTube, digitando “Making of The Sophtware Slump”, imparerete come pescare nelle fontane urbane) e infine qualche disco reducistico, realizzato dagli ex-Grandaddy, ormai diventati grandi: come il decentissimo “Staylow and Mighty” di All Smiles, gruppo guidato da Jim Fairchild, ex-chitarrista della band, che vale un attento ascolto. Certo, gli originali erano assai meglio. Al punto che dopo undici anni abbiamo già voglia della loro riedizione. Che volete farci? In questi tempi di magra, la nostalgia è merce che vende benissimo.

 

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