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Le delizie di Jay-Z e Kanye West

Se non fosse una sciocchezza – perché domani frugheremo in giro e scopriremo una gemma lampeggiante, a firma di un ragazzino sconosciuto, nascosto in un pertugio della musica – avremmo voglia di scrivere che “Watch the Throne”, l’album che sancisce la collaborazione tra Jay-Z e Kanye West, sia l’ultimo disco del rap.

23 Agosto 2011 alle 00:00

Se non fosse una sciocchezza – perché domani frugheremo in giro e scopriremo una gemma lampeggiante, a firma di un ragazzino sconosciuto, nascosto in un pertugio della musica – avremmo voglia di scrivere che “Watch the Throne”, l’album che sancisce la collaborazione tra Jay-Z e Kanye West, sia l’ultimo disco del rap. Che qui la storia si concluda, che la parabola sia giunta a saldare inizio e termine, che la storia sia tutta raccontata. Ripetiamo: non è così, perché l’imprevedibilità del pop genera fessure anche nei muri di granito. Ma “Watch the Throne” pare realizzato dai suoi disfunzionali autori come un atto finale, qualcosa che sancisca tante cose, a partire da una conseguita perfezione fino a un incolmabile vuoto dentro. Ma, insomma, di che si tratta? Del titolo co-firmato dai due fat cat dell’hip hop contemporaneo, i due pezzi da novanta, quelli che dominano le classifiche e scrivono la regola. E non che una collaborazione di questo tipo non si prestasse a rischi: si sa come vanno le cose quando i titolari dei massimi sistemi decidono di incontrarsi, di scrutarsi, perfino di intrecciare i rispettivi talenti, si sa cosa successe quando i Beatles incontrarono Elvis, che disastro senza precedenti si produsse in quel pomeriggio d’imbarazzi. Alla fine Jay e Kanye, diversissimi tra loro e in un momento differente della loro carriera, hanno dato vita a un sodalizio che, con tutta la sua rappresentatività, somigliava a uno statement sullo stato delle cose (quali cose? Non solo le condizioni del rap di sicuro. Ma certamente la questione sociale nera, l’atteggiamento verso la disparità, soprattutto l’esperienza del benessere, trasformato qui in pirotecnica estasi, bliss del lusso, catalessi beatificata nel rutilante mondo delle griffes).

Al tempo stesso, è chiaro, Jay-Z e Kanye offrivano consapevolmente il fianco a una critica che non sarebbe certo stata tenera con loro, dal momento che i paperoni del rap facevano comunella e osavano porre l’ostentazione allo stato dell’arte, in lucida contrapposizione con quel genere e quel linguaggio che veniva dal fiotto di aspirazioni dei rinnegati della società, gli ultimi, i dimenticati. Trent’anni dopo quei fiammeggianti inizi la cultura hip hop – proprio per la sua natura di cultura, perciò evolutiva, mobile, soggetta all’interazione con altri assetti della società – si ritrova da tutt’altra parte. Se nella maggior parte dei casi si è addomesticata, piegata alle condizioni della commercializzazione, o si è fatta caricatura di se stessa, nei suoi casi più eclatanti, dei quali questi due signori sono l’incarnazione, si è trasformata nella contraddizione degli inizi. Jay e Kanye oggi enunciano di aver tagliato il traguardo del loro arrivismo, di essere approdati a straordinaria ricchezza, a successo stellare e a un potere sterminato su quello show business che hanno stuzzicato, sedotto e infine conquistato. Oggi sono i regnanti della musica nera, là dove sedettero Prince e MJ. “Watch the Throne”, dunque è il loro modo per effigiare la metamorfosi compiuta, e viene presentato con la gelida freddezza dell’esecuzione di un’autopsia su un corpo splendido e immobile, appunto quello dell’idea hip hop. Ergo il disco non è una successione di canzoni, bensì la dimostrazione di un teorema di redenzione: si può sovvertire il più scandaloso degli svantaggi sociali.

In America si può ancora salire sulla cima. Eppure – e questo è il pirandelliano sottotesto dell’opera – ugualmente si può non essere felici. Ritrovarsi con un nemico da odiare, seppure solo dentro se stessi. Due personaggi diversamente sofferti, dicevamo di Kanye e Jay: il primo con le sue nevrosi, le sue insicurezze, le sue autoflagellazioni. Il secondo col suo inesauribile bisogno di consenso, il suo patologico narcisismo. Risultato? Un grande disco scomodo, difficile da ascoltare e soprattutto da riascoltare. C’è dentro l’America di Oprah, senza le pruderie perbenistiche della sacerdotessa. Ci sono le reliquie del sogno americano nei parametri da XXI secolo. Ci sono Shaq e Larry Gagosian, il Moma e i paparazzi (“Non permetterò a mio figlio di lasciare la fidanzatina del college” si commuove Kanye, estendendo il suo celebrity spleen ai marmocchi). Un album che difficilmente sbancherà il mercato (la sua digeribilità non è garantita), che accumulerà antipatie (quella copertina d’oro cafone, disegnata da Riccardo Tisci ne è l’epitome) che pure gronda dell’acume dei suoi due protagonisti. “This is luxury rap / The Hermes of verses” rappa Kanye, quasi con astio e rimpianto. Sembrava la strada della felicità. E invece no: l’indicazione era sbagliata e benzina per tornare indietro non ce n’è più. Magnifico affresco psicologico del presente assoluto, con le sue miserie e le sue energie. Che fanno di un album incongruo e spinoso come questo, un capolavoro, se non musicale, letterario (e il fiocco ce lo mette il magnifico videoclip di Spike Jonze, per dare forma a “Otis” il singolo nel quale si resuscita nientepopodimeno che il vecchio Redding).

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