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Qualche consiglio musicale per consumare l’estate in tranquillità

Dopo una primavera durante la quale si sono consumate le uscite importanti della scena Usa (Bon Iver, Fleet Foxes, My Morning Jacket, Okkervil River), l’estate va consumata tranquillamente.

28 Luglio 2011 alle 16:46

Dopo una primavera durante la quale si sono consumate le uscite importanti della scena Usa (Bon Iver, Fleet Foxes, My Morning Jacket, Okkervil River), l’estate va consumata tranquillamente. Un bel ritorno, ad esempio, è il quinto titolo di William Elliott Whitmore, purista del folk Usa del quale già abbiamo scritto con ammirazione. “Field Songs” prosegue nel suo raffinato equilibrismo di affrontare la roots music con l’ambizione di farne un territorio culturale contemporaneo e non un luogo per collezionisti. Il gioco si avvale della natura psicologica dell’America d’oggi, alla vigilia di una tornata elettorale che si annuncia intrisa di confronto sulla natura nazionale più intima.

Disco minimale e denso, “Field Songs” è dominato dalla voce rauca e solenne di Whitmore, cosparsa di rari interventi di violino e banjo e di variazioni alt rock. In una parola: fondamentalismo musicale. Appena 33enne, questo artista sembra il più credibile interprete di una ricerca musicale che sfiora la religiosità e l’animismo, come prodigiosamente evoca la copertina che effigia, a tinte seppia, due agricoltori armati di forconi in cima a un covone, in una potente immagine di orgoglio originale. Un disco ruvido, dall’intenso afrore di ruggine, che acquista oggi un valore ultramusicale, chiamando all’ascolto un pubblico più vasto di quello degli estremisti del folk. “Mi sto costruendo una casa e me la sto costruendo con le mie mani / mi terrà all’asciutto dalla pioggia / e farà in modo che le zanzare non mi divorino”, canta Whitmore in “Don’t Need It” nella quale celebra le sue ascendenze nei dintorni del Grande Padre Mississippi, concludendo “Passami quel martello / passami quella sega”. Legno, cavalli, battute di caccia a cui è legata la qualità del pasto serale, animali allevati come figli: quali tracce di questa visione possono popolare ancora l’America degli americani del XXI secolo? Quanto di quel rapporto con la terra, che fu fattore misticamente fondante della nazione? Quanto di quell’etica del lavoro, benedetto dal premio di una vita felice e di una solida famiglia, superate le mille prove delle avversità? Whitmore vive ancora oggi in una fattoria sul fiume, all’estremo sud dell’Iowa e in questo disco si fa alfiere del raffronto tra l’America della post Depressione e quella d’oggi. La scheletrica musica che lui suona con convinzione discende dalla sua educazione e da quel dolente cuore dell’America profonda che nella traballante nazione obamiana tenta ora di farsi ascoltare, coi suoi lamenti e con la sfilata dei suoi fantasmi: può venire da pensare che questo suono sparso e povero, contraddistinto dal battere dello stivale sul pavimento e dal plettro che raspa le corde di un vecchio strumento, sia la punk music di oggi, l’implorazione affinché nel cuore dei connazionali si risvegli lo stesso sentimento celebrato dal vecchio blues e dal gospel. Illusione? Utopia? Senza dubbio. Un’ambizione perduta? E’ per questo che artisti come Whitmore esistono e resistono, a un passo dal cuore di tenebra.

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