cerca

Un nome per evitare di ascoltare quest’estate solo Lady Gaga e Beyoncé: Araab Muzik

Disciplinatamente ascoltiamo i nuovi dischi delle due signore del pop estivo, ovvero Lady Gaga e Beyoncé, e l’impressione che ne ricaviamo è praticamente la stessa: la supremazia produttiva, la super-lavorazione, la confezione predeterminata schiaccia la musica e finisce semplicemente per annullarla.

12 Luglio 2011 alle 00:00

Disciplinatamente ascoltiamo i nuovi dischi delle due signore del pop estivo, ovvero Lady Gaga e Beyoncé, e l’impressione che ne ricaviamo è praticamente la stessa: la supremazia produttiva, la super-lavorazione, la confezione predeterminata schiaccia la musica e finisce semplicemente per annullarla. Al di là della moderata curiosità allorché si tratta di dare un’occhiata a uno dei videoclip tratti dagli album (che facilmente sconfina nell’irritazione per gli eccessi contenuti e le bizzarrie teleguidate) la sensazione è quella di non ascoltare musica originale quanto piuttosto di ascoltare qualcosa che ha la stessa prevedibilità dello scorrere dell’acqua dalla cannella. Non ci sono sussulti, sorprese, emozione: ci sono, come nel caso di “4” di Beyoncé, 19 top producer coinvolti nell’operazione, tra cui Babyface e Kanye West, per realizzare quello che finisce per essere un perfetto stereotipo.

C’è una cura pazzesca, la diligente esecuzione di un’imitazione della bellezza, c’è una raggelante freddezza che lo stesso pubblico mostra di percepire, se è vero che questi dischi stanno totalizzando vendite inferiori alle aspettative. Per la stessa procedura di sottomissione allo standard che lei stessa aveva contribuito a creare, era transitata anche Madonna, all’inizio del suo declino artistico. A malapena poi riuscita a sopravvivere, optando per coraggiose nuove strade realizzative, spesso imperfette, ma ancora animate da un brivido, appunto musicale. Il responso è chiaro: la prevalenza dell’industria discografica e delle pianificazioni produttive volute dalle label, conduce alla desertificazione della creatività. Uscirne vivi è difficilissimo. Ciò che latita nei dischi di Beyoncé (e non è una sorpresa, ma viene da chiedersi perché uno sperimentatore raffinato come il suo consorte Jay-Z permetta che la si banalizzi in un prodotto di bellezza anodina quanto superflua) e di Lady Gaga (la cui veloce involuzione, la progressiva, imbarazzante rozzezza musicale, per non dire dell’imbarbarimento della sua immagine) è una parvenza di libertà d’artista. La sensazione è di produzioni “commissionate dall’alto” che, qualunque cosa significhi, costituisce un quadro agli antipodi del pop. Dilaga la prevedibilità (e parlarne a fronte dell’ossessione di stupire di Gaga è una sentenza) – e stendiamo un velo pietoso sulle liriche in scaletta. Quando è così il risultato è stucchevole, perché se perfino il sesso malfatto diviene ripetizione, figuriamoci i dischi di due conturbanti ragazze che adesso si prendono colpevolmente troppo sul serio – altro che hot soul, altro che rock’n’roll.

Soffocati da queste orwelliane aberrazioni di vertice (pura non-music) non resta che recuperare il segugio che c’è in noi e tornare a cercare nei sottomondi della musica i segni di una confortante bellezza e rinfrancante vitalità. Non ci vuole molto per essere fortunati, perché non si cada mai nell’errore nichilista, sponsorizzato dai critici pigri, di dire che come si facevano le cose ieri eccetera eccetera. E’ passatismo premorte e la musica merita più attenzione, rispetto e curiosità. Oppure che costoro sentano quello che gli pare, ma senza la sicumera dei maggiorenti di paese. Chi vuole può cercare musica e ne troverà di bellissima.

Mai sentito nominare, ad esempio, Araab Muzik? Volete conoscerlo? Volete assaggiarlo prima di spenderci quattrini? Padronissimi, sulla rete avrete suoni e immagini per farvi un idea. La sua storia è minimale ma attraente: Araab Muzik è un teenager mezzo dominicano e mezzo guatemalteco, cresciuto a Providence ma che adesso vive e lavora nel Bronx e che dal nulla, o meglio, solo dalla sua maestria e dai video che ha postato su YouTube, s’è inventato una vocazione e un mestiere. Abraham Orellana (suo vero nome) è cresciuto consumando i dischi dell’ispiratore condiviso Dr. Dre e adesso si presenta come “producer” ma a tutti gli effetti è un eccellente, modernissimo assemblatore di suoni in una formula che finisce per essere seducente quanto cheesy.

Araab infatti è un maestro dei sequencer percussivi (in particolare dell’Akai MPC, popolarissimo tra i realizzatori dell’hip hop Usa), che imposta in real time, con prodigiosa agilità delle mani, inventiva e percezione del tempo. In questo modo crea infinite variazioni ritmiche che spalma su larghe basi di suoni sintetici, dalla buffa natura teutonica, insomma sintetizzatori anni 90, molto eurodance ed electro-trance. Sul tutto cosparge stravaganti voci sexy femminili che ricordano quelle che, se passate vicino a un flipper, vi invitano a fermarvi e a giocare una partita. Il risultato complessivo è ragguardevole: cercate “Electronic Dream” di Araab Muzik per convincervi di come questo scricciolo di ragazzino dei quartieri turbolenti, col suo pizzetto prematuro e l’aria timida, possieda la scintilla della grande creatività musicale contemporanea, senza bisogno di evocare i soliti noti, e i soliti morti.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi