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Le foto di Linda e la musica di Paul McCartney, gli U2 contestati

Oggi frughiamo tra i residui. M’imbatto nel libro di foto scattate da Linda McCartney, pubblicato da Taschen a margine della mostra in queste settimane alla Bonni Benrubi Gallery di New York, dedicata al “mondo attraverso gli occhi di Linda”.

28 Giugno 2011 alle 10:30

Oggi frughiamo tra i residui. M’imbatto nel libro di foto scattate da Linda McCartney, pubblicato da Taschen a margine della mostra in queste settimane alla Bonni Benrubi Gallery di New York, dedicata al “mondo attraverso gli occhi di Linda”. La leggenda vuole che la giovane Eastman, nel ’66, durante un impiego momentaneo come centralinista nella redazione di Town and Country venisse gratificata del pass per un evento promozionale esclusivo, che prevedeva l’apparizione dei Rolling Stones su uno yacht lungo l’Hudson River. Linda ebbe l’idea di portare con sé la macchina fotografica e le immagini che scattò quel giorno rivelarono quella fresca, candida innocenza un po’ casuale, distratta, da turista leggera, che avrebbe contraddistinto nei successivi 30 anni il suo lavoro di fotografa del jet set rock. Subito le si schiudono, come capitava in quegli anni, le porte dello show business e due anni dopo è suo il primo scatto fatto da una donna capace di approdare sulla cover di Rolling Stone (Eric Clapton).

Di lì, sfilano tutti davanti al suo obiettivo: Hendrix, Dylan, Janis, i Doors. Nel ’67, Linda va a Londra per documentare gli “Swinging Sixties,” e al Bag O’ Nails incontra Paul McCartney e ne esce l’invito a fotografare, col suo stile frizzante e imperfetto, i Beatles durante il lancio di “Sgt. Pepper’s”. Paul e Linda s’innamorano, si sposano il 12 marzo 1969 e nel frattempo i Beatles si sgretolano e si dissolvono nel giro di poche isteriche, misteriose settimane, nel corso delle quali, un ruolo decisivo (e distruttivo) è giocato dalle due donne che in quel momento occupano i pensieri dei due leader, Linda e Yoko, la seconda soprattutto convinta dell’eccezionalità del gesto di abbandono consumato dal suo John in quei giorni (osservare il ritratto posato, scattato da Linda ai Beatles più – fatto clamoroso – Yoko, quasi che la giapponese fosse imposta dal fidanzato come membro effettivo della band). Le cose sarebbero andate diversamente. E nei successivi decenni Linda si sarebbe messa al servizio di Paul, aggraziata musicista di scarsissimo talento, occasionale ritrattista, moglie e madre devota fino alla morte, nel ’98. Alcune sue foto, soprattutto le istantanee “di strada” degli anni Sessanta, oggi mostrano notevole forza di documentazione e uno slancio emotivo al limite della commozione. La Londra che intravediamo dai finestrini della macchina del suo Paul, composta ma irrequieta, non esiste più, è archeologia pop, e ci manca assai.

In questi giorni ce la rievoca in modo vivido anche la gradita ripubblicazione del primo album solista di Paul, quello che uscì inaspettatamente a inizio 1970, a conferma dell’avvenuta separazione, con quell’enigmatica copertina delle ciliegine, quel titolo minimalista, “McCartney”, e scarne informazioni, che raccontavano di come l’autore se ne fosse andato, scocciato, in campagna, da solo, con un un registratore a quattro piste e la sua Linda. Partorendo così un capolavoro, inarrivato in quella interminabile carriera solista che da lì McCartney avrebbe inaugurato. Un disco algido, laconico, sapientissimo, pieno di trick e di melodie pensate durante quello che era il vertice dell’ispirazione mccartiana e della sua maturità: “Junk”, “Maybe I’m Amazed”, “Teddy Boy”, “Every Night”. Un capolavoro intatto e lontano dai logorii temporali, che ci aiuta a rivivere quel subitaneo passaggio che coincise con la fine dei Beatles, che fu, per molti versi, la fine della parte turbolenta, pericolosa, ma sorridente della parabola pop. “McCartney” resta il disco in cui si espongono contemporaneamente la raggiunta maestria e il distacco dalle illusioni. Niente sarebbe più stato lo stesso, ma tutto era stato bellissimo. Paul aveva 30 anni e una vita da vivere, eppure alcuni limpidi splendori s’erano per sempre appannati.

A proposito di appannamenti. Nel weekend del rito collettivo di fine giugno, il megaraduno di Glastonbury, arrivano cronache sbalordite della contestazione che ha accolto gli U2 che tornavano a esibirsi su quello che è considerato il palco più prestigioso della nazione. Li hanno accolti a base di sberleffi, pernacchie e proteste, inscenando – in pochi ma rumorosi – una cagnara contro Bono e soci, ritenuti responsabili di ipocrisia, militando al tempo stesso nelle file dei possibili evasori fiscali e in quelle dei super buoni, coprotagonisti dello star power cafone e rumoroso delle Angeline Jolie e degli ambasciatori del buonismo miliardario. Un sussulto scomposto, ma che non ci dispiace: “U Pay Your Tax 2” paga le tasse anche tu, hanno scritto su un gonfiabile i situazionisti di 000, chiedendo a Bono di pagare le loro tasse in Irlanda e non in Olanda, dove hanno convenientemente spostato la residenza i quattro di Dublino. Quel volpone di Paul McGuinness, manager della band, s’è difeso affermando che “U2 è un’impresa globale che paga le tasse ovunque”. Ma la figuraccia è lampante e il richiamo è chiaro. E l’ormai inusuale sfregamento tra rock e realtà, lascia un rinfrescante brivido d’inaspettato.

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