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Il nuovo di Justin Vernon e la scoperta che a Bologna c'è musica interessante

Nella settimana che avevo immolato all’ascolto, al consumo e al dipanarsi di “Bon Iver, Bon Iver”, non so come, mi sono ritrovato ad ascoltare invece, soprattutto, una band di ragazzini italiani, bolognesi e libreschi.

21 Giugno 2011 alle 09:42

Nella settimana che avevo immolato all’ascolto, al consumo e al dipanarsi di “Bon Iver, Bon Iver” (inutile dire che si tratti del sospirato, nuovo album dei Bon Iver di Justin Vernon), non so come, mi sono ritrovato ad ascoltare invece, soprattutto, una band di ragazzini italiani, bolognesi e libreschi, citazionisti e un po’ incartati, eppure irresistibili, divertenti, dotati di misteriosa positività, un micro-progetto alternativo chiamato Lo Stato Sociale. Boh, queste sono le arcane contraddizioni della musica, fertili e promettenti e che vanno assecondate (le stesse secondo le quali, da ragazzino, uscivo di casa coi soldi contati per comprarmi l’agognato nuovo album di Neil Young e tornavo a casa con quello di uno coi capelli pel di carota e palate di mascara, tal David Bowie che, di colpo, mi aveva stregato). Dunque tra la via Emilia e il Wisconsin, mentre fuori dalla finestra Roma bolle.

Del disco di Vernon che dire? E’ acclarato che Justin sia uno dei veri geni del suono contemporaneo, uno che ha saputo subito sperimentare con sottigliezza sui suoni, che ha esplorato territori dimenticati come il canto in falsetto o il valore armonico d’una chitarra acustica debitamente arrangiata, uno che nel momento dell’esplosione del suo talento, s’è mosso freneticamente per l’America del suono indipendente, ha collaborato con dozzine di artisti, ha seminato, ha promosso una specie d’apostolato di se stesso, e ora che il mondo si è accorto di lui, lo omaggia, lo venera e lo imita, può sedersi nel suo studio di registrazione e lavorare di perfezionamento al suo progetto, attività che probabilmente lo appaga più di ogni altra. L’album che porta due volte il nome della sua band è un estremo affinamento di quell’inedita, stordente musicalità che Justin Vernon ha cominciato a diffondere, a beneficio delle orecchie più appuntite, ormai da un lustro. Dieci pezzi che si compenetrano, che richiedono un’attenzione al piano lirico che fatichiamo ad accordar loro (per come, invece, sono semplicemente ipnotiche, nella diffusa musicalità che offrono), che ribadiscono il limpido splendore di un’idea, quella di una voce fantasmatica e impalpabile, dei suoni tremolanti, dell’insinuare melodico, di quei finali lunghi allo sfinimento, di quelle ripartenze tutte emotive. Vernon ha sottolineato la sua affezione per quello che considera il pezzo-clou dell’album, quel “Calgary” a cui ha anche dedicato un videoclip onirico, che ci ha irritato allorché l’abbiamo visto (però provate, perché è bizzarro) proprio per questo eccesso d’una dimensione del vivere così distaccata, frantumata, sognante, estranea a qualsiasi realtà, confinata nel gruppo, nell’età e nell’illusione di una sia pur magnifica concezione artistica. Alla fine, naturalmente “Bon Iver, Bon Iver” è un disco da avere, che soltanto lascerà un filo di nostalgia in chi lo attendeva con più ardore, in quanto fan della prima ora del ragazzo che si fece una reputazione a partire da quello chalet perso nella neve del profondo nord, dove scrisse le memorabili canzoni per l’amata Emma. Anche Justin sta diventando grande e sta imparando le regole del mercato.

Chissà che direbbero i ragazzi de Lo Stato Sociale, a chieder loro che consapevolezza e interesse riversano nell’idea di un mercato della musica, e magari della prospettiva di costruirsi una vita al suo interno. Per ora sono lontani da tutto ciò e il che, di nuovo, li rende per un momento speciali. Hanno pubblicato un extended play di quattro pezzi il cui geniale titolo è “L’amore ai tempi dell’Ikea”. Il sestetto bolognese ha qualcosa di magnetico: le canzoni sono memorabili, ti restano in testa i loro ritornelli di puro pop, a cominciare da quello che dà il titolo al tutto (ma che dire di “Anche la Stasi aveva un cuore”), raccontano vicende di stordente normalità e descrivono una condizione meglio di dieci indagini sociologiche, vengono eseguite in modo disciplinato, scolastico e sexy, grondano apprendistato ed echi punk, voglia di teatro e brandelli d’insoddisfazione. Ci hanno fatto venire in mente un gruppo di loro fratelli maggiori: si chiamavano Confusional Quartet, felsinei anche loro, con lo stesso gusto per l’assurdo, per i sax e per l’idea di un gruppo-compagnia che ritroviamo qui, oltre trent’anni dopo. Inutile dire che siamo trasportati da immediato entusiasmo dall’idea che cose del genere, a Bologna (forse solo a Bologna) possano meravigliosamente succedere ancora. Perciò correte a scoprire Lo Stato Sociale.

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