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Arriva dal Kentucky un gran bel disco da ascoltare per studiare

Momento felicissimo questo, nell’America delle lunghe placide cerchie di giovanotti barbuti e di un mucchio di dischi magnifici, che s’ingrossa di settimana in settimana, promettendo un’estate memorabile.

31 Maggio 2011 alle 10:00

Momento felicissimo questo, nell’America delle lunghe placide cerchie di giovanotti barbuti e di un mucchio di dischi magnifici, che s’ingrossa di settimana in settimana, promettendo un’estate memorabile. Vi abbiamo detto già, con entusiasmo, delle recenti uscite di Fleet Foxes e Okkervil River. Al più presto vi riferiremo del secondo sospirato album di Justin Vernon coi suoi Bon Iver, che miracolosamente ha saputo essere all’altezza delle aspettative riservategli. Ma oggi facciamo tappa a Louisville, Kentucky, città universitaria nel cuore di uno degli stati di più profonda americanità della nazione, con tutto quel verde rigoglio, i fiumi travolgenti, cavalli ovunque, gente pacifica, misticismo nell’aria e le strade di campagna delimitate da muretti di ciottoli neri, come in Cornovaglia.

Qui, ad anni luce dalla pressione e dalla velocità culturale di New York, è nata una delle band-faro della scena statunitense che in questi giorni, circondata da una vera riverenza mediatica da parte dalle grandi sigle d’oltreoceano (“Time” si è scomodato per annunciare l’uscita), ha pubblicato “Circuital”, suo sesto album, un’opera dai vasti confini e dalla sconcertante profondità progettuale, al punto da farci ipotizzare che in questi cenacoli musicali oggi si vadano organizzando alcune delle riflessioni più potenti, per valenza estetica e culturale, sul vivere americano d’oggi. “Circuital” è un disco ricchissimo, sia sotto l’aspetto musicale che nei suoi contenuti lirici. Ostenta un virtuosismo realizzativo che ricorda il momento magico della West Coast, 40 anni addietro e contiene tanta psichedelia, rock, la splendida vocalità di Jim Jones, una decina di composizioni complesse, visionarie, gotiche. E alla base di questa potente rinascita del Southern Rock, sull’onda di un disco grandioso come questo, che rivaleggia per ambizione del disegno con un romanzo di Franzen, c’è questo sentimento di nuova frugalità americana che spinge i My Morning Jacket a registrare nella palestra di un oratorio della loro città, ostentando la normalità come fattore esteriore e contrapponendosi agli spiriti modaioli delle metropoli con un senso dell’“eccezionalità nel qualsiasi” che risuona della meraviglia dei trascendentalisti del New England che, come loro, furono osservatori della bellezza e del cambiamento, scevri dalle tentazioni di superficiale mondanità. Beh, imbattersi in tutto ciò ascoltando un nuovo cd in questa estate del 2011, se permettete è un miracolo insperato, un’epifania improvvisa, subito disponibile col semplice gesto d’infilarsi la cuffia e chiudere gli occhi. Sorvolare su questo disco, sia chiaro, è un delitto.

L’impressione che Gil Scott-Heron appartenesse a un tempo trascorso l’avevamo avuta pochi mesi orsono allorché, per l’ennesima volta, si era affacciato al mondo della musica, e ancora una volta ci aveva sorpreso per quanto la sua intelligenza artistica e la sua capacità di fulminanti riflessioni lo rendessero attuale – eppure relegato a quell’utopia che un tempo aveva poeticamente denunciato, impartendo la lezione partecipativa secondo la quale “la rivoluzione non potrete vederla in tv”. A 62 anni, dopo una vita turbolenta, Gil Scott-Heron ha chiuso i conti col mondo, salutato con commozione prima di tutto da quel mondo del rap che lo considerava un padre e un nume tutelare. Chuck D dei Public Enemy ha detto: “Abbiamo fatto ciò di cui siamo stati capaci, grazie a lui”. Cee Lo Green lo ha chiamato “dio”, mentre Richard Russell, che ha prodotto l’ultimo disco di Scott-Heron, il sorprendete “I’m New Here” dello scorso anno, ha sottolineato la sua fierezza, la sua intelligenza, la sua umanità e la squisitezza della sua parola. Gil se n’è andato in un ospedale di New York, al rientro dall’Europa, dove l’ipotesi di un suo serio ritorno artistico stava prendendo forma. Un progetto nel quale, in fondo, colui che credeva meno era proprio lui, convinto, nelle ultime interviste rilasciate, di appartenere a un tempo diverso, fatto di impegno e di coinvolgimento diretto, di poesia politica e di musica intesa come effettivo esperimento artistico. Quando gli chiedevano come si sentisse a essere ribattezzato “padrino del rap” si ritraeva contrariato: “Tutto ciò che ho fatto è stato aggiungere della musica alle letture di alcune mie poesie, privilegiare delle percussioni minimali e utilizzare dei ritornelli che le facevano sembrare canzoni”. La sua vita si sarebbe insabbiata su tutte altre strade: droga, carcere, crimine, invece che quelle ispirazioni liriche e politiche, terribilmente contemporanee quando correvano i turbolenti Sessanta e Settanta, dopo che la sua fantasia era stata eccitata dalla lettura dei poemi di Langston Hughes. L’osservazione più acuta che abbiamo letto su di lui sostiene che più che un precursore del rap, Heron sia stato un anticipatore dei blog, e della trasposizione in musica dell’oralità dei quartieri neri da cui veniva, quella che urlava disperatamente contro la povertà e il razzismo. Bel necrologio, questo.

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