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Lady Gaga ci perseguiterà ancora, il dottor House bluesman è terribile

Che il nuovo disco di Lady Gaga sarebbe stato un lavoro competente, c’era da scommetterci. Che potesse farci sollevare lo sguardo dalla noia era improbabile. Che volete farci?

24 Maggio 2011 alle 10:21

Che il nuovo disco di Lady Gaga sarebbe stato un lavoro competente, c’era da scommetterci. Che potesse farci sollevare lo sguardo dalla noia era improbabile. Che volete farci? E’ l’effetto di una parabola nella stravaganza apparente, come quella grazie alla quale Gaga s’è garantita il successo, ma non l’immortalità. Il fatto è che questa artista è deflagrata, ben oltre e ben più in fretta delle sue stesse aspettative, riempiendo un vuoto che nel frattempo s’era aperto nel pop internazionale con l’infiacchirsi della vena di Madonna e con la sua consapevolezza di non poter più occupare credibilmente il posto che è stato suo per vent’anni. La transizione sulle spalle di Lady Gaga è stata sbrigativa: toccava a lei, l’unica in circolazione col bagaglio necessario, diventare l’interprete di quel prodotto che è l’iper-pop per gli anni Dieci, complessa miscela di art, camp, cheap and chic, di stravaganze visuali, narratività melodrammatica, tradizionalismo sentimentale, cosmopolita eleganza da dancefloor, sogno impiegatizio e risparmi devoluti il sabato pomeriggio in oggetti del desiderio da grande magazzino. Ecco la Lady Gaga della maturità e della grandeur, per quanto ciò corrisponda solo al suo secondo album, mentre lei è già consolidata, imitata e già demolita in mezzo mondo. Contrariamente a Madonna, Gaga e il suo capriccioso gusto dell’effetto (laddove Madonna era tutta misura, strategia d’immagine e cambiamento, riflessione e tattica) è attaccabile, criticabile perfino ridicolizzabile, tanto più ora che ci ha dato modo di vedere la sua pochezza come artista da palcoscenico.
“Born This Way” è il nuovo album della Germanotta ed è un prodotto in linea col suono radiofonico di queste ultime stagioni.

Musicalmente è di una povertà disarmante e di rassegnata banalità, ma nel suo insieme contribuisce a stabilizzare Lady Gaga nel ruolo che ormai le è stato accordato: presidentessa in carica del pop internazionale. Il disco è un’operazione di citazionismo di Lady Gaga stessa, che si rifà, si celebra (l’inesauribile singulto “ga-ga” “ga-ga” cosparso lungo le tracce del disco), si spalma sul più trasversale e planetario dei ritmi unz-unz, che si ripete (“Americano” è la caricatura di “Alejandro”) e infine riduce perfino Madonna a una delle fonti del suo remake destinato a essere ricoperto di banane di plastica, lattine vuote e imitazioni di JP Gaultier. “Born This Way” è un disco inutile all’ascolto in quanto preesistente a se stesso, ma indispensabile a sostenere l’ingombrante peso mediatico di Gaga. Ci ossessionerà a lungo e trascinerà la sua interprete sul fondo di quella discarica del gusto di cui ha scelto di essere la divinità, celebrando il trash come unica via alla comunicazione globale.

Mai avuta fiducia negli attori che si riciclano cantanti nei periodi morti: Bruce Willis e Russell Crowe, Juliette Lewis e Johnny Depp, perfino il beneamato River Phoenix ci faceva tenerezza quando si calava nei panni del vocalist degli Aleka’s Attic. Adesso c’è tutta questa agitazione attorno al disco di blues registrato niente meno che dal dottor House. Ed ecco il suo interprete, l’inglese Hugh Laurie dalla barba sempre sfatta-allo-stesso-punto, che si ripropone in versione canterina e impegnata. L’album, che ci siamo sottomessi ad ascoltare, suona perlomeno irritante. Non basta che Laurie abbia assoldato niente meno che un collega dottore come lui, per sostenerlo vocalmente (Dr. John) e che si sia trasferito armi e bagagli sul Delta per farsi aiutare da Allen Toussaint, uno che da qualche tempo sembra essersi assoggettato alla legge del tassametro. Gli atteggiamenti vocali del dottor House da tradizionalista del blues sfiorano la comicità, i suoi timbri fintamente nasali, il fraseggio pigro da barcaiolo del Mississippi, ne fanno un surrealista del blues, che temiamo abbia l’ardire di prendersi sul serio. “Let Them Talk” è un disco da evitare come una buccia di banana sul marciapiede e se vi capita di leggere un altro articolo che finge stupore per l’eccesso di talento di cui questo onesto caratterista sarebbe dotato, smettete di comprare quel giornale. Laurie gioca col blues come dovrebbe limitarsi a fare nella tavernetta della sua villa. Il resto è il suono degli onesti mercenari che gli ha procurato il produttore Joe Henry che, guarda caso, è il cognato di Madonna, nonché suo collaboratore una decina d’anni fa. E qui il cerchio della musica come occasionale luogo del mercato si chiude perfettamente.

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