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I Subsonica hanno capito tutto della musica del XXI secolo

Ci abbiamo messo del tempo, ma alla fine siamo piacevolmente venuti a patti con “Eden”, nuovo album dei torinesi Subsonica, oggi la band più popolare del paese.

10 Maggio 2011 alle 00:00

Ci abbiamo messo del tempo, ma alla fine siamo piacevolmente venuti a patti con “Eden”, nuovo album dei torinesi Subsonica, oggi la band più popolare del paese. Colpa nostra e soprattutto del gap che ci ha sempre tenuti estranei, pur nel rispetto, alla musica messa su da Max Casacci, Boosta, Samuel e soci, per quanto avemmo la fortunata ventura di tenerli quasi a battesimo nel lontano ’97.

Molta acqua è passata da allora sotto i ponti del Po e i Subsonica hanno saputo farsi amare – credo – prima di tutto per la loro compostezza, dedizione, per il loro desiderio di occuparsi seriamente di musica in tempi in cui sembrava sempre meno congruo farlo. I dischi di successo si sono accumulati e le loro tournée hanno preso un incedere trionfale. Noi li seguivamo da lontano, ne apprezzavamo l’approccio, la capacità di offrire uno show vero e un surplus emotivo al pubblico, ma finivamo per restare distanti, per non trovare il giusto pertugio per connetterci con questa musica e con quella comunicativa che esprimeva. Invece con “Eden”, al secondo o terzo ascolto, è scattato qualcosa di buono. La scintilla, come capita spesso, è scoccata dalla solita autoradio del taxi a zonzo per Milano, allorché il dj di una commerciale ha mandato in orbita “Il diluvio”. Quel pezzo è una bomba che continuerà a deflagrare lungo tutta l’ormai imminente estate (“Sei stata l’ondata perfetta / per infrangerti contro di me”). Accidenti, ci siamo detti, ecco dove sta quella ricerca sofisticata alla radice del nuovissimo ritmo, che lamentavamo non andasse in scena qui da noi. Ecco chi la sta facendo, con tutto il know how e la capacità di transfert: “Eden” è questo, un’indagine competente e misurata negli ultimi vagabondaggi delle ritmiche contemporanee, riversata, plasmata e amalgamata in un disco pop capace di contenere i risultati di questa esplorazione.



Questa boutique di dubstep, deep house,
downtempo e altre facezie finisce così per traboccare di rielaborazioni in forma di canzone italiana, che se non smettono d’essere algide e levigate, come per natura è questa gente del nordovest, al tempo stesso prendono la forma di un laboratorio di teatralità digitale, che trova la sublimazione nelle sette (!) versioni alternative della title track e chiariscono benissimo chi siano davvero i Subsonica oggi e cosa stiano cercando nella musica del presente. E’ un popoloso bestiario di beat quello che travolge l’ascolto, magari deflagrando nella vostra cuffia durante un viaggio in treno. Un gran bel suonare che ci suggerisce la convinzione che questi maturi ed esperti musicisti abbiano sbirciato le tavole della musica del XXI secolo e il relativo messaggio: tutto è in movimento, non serve più ripetere, ritualizzare, celebrare. Il percorso evolutivo è misterioso e nessuno sa dove conduce. Di certo, per chi vuole ricercare, i generi non ci sono più, sostituiti da armoniosi buchi neri nei quali sprofondare e lasciarsi cadere, con l’accortezza di prendere appunti e riportare a casa partiture che suonino in sintonia con il nostro presente.

Vogliamo restare a occuparci di musica italiana e presentiamo “Dei Cani”, che è un album assai più tradizionale, ma non meno rispettabile, a firma dei bellunesi che hanno lo strano nome di Non Voglio Che Clara. Il gruppo è in circolazione da oltre dieci anni, ma ora ha raggiunto una maturità che gli permette di gestire con proprietà anche la dimensione di un album vero e proprio. Citazionismo? Certo, tanto – loro ammettono De André e Tenco, a me viene da pensare a Battiato e a Manuel Agnelli (con un filo di Costello?): sono dei sorvegliati musicisti italiani che oggi hanno assunto la consapevolezza e la sapienza per addomesticare suoni e talvolta per crearne di nuovi e originali, organizzandoli sotto forma di canzoni che sembrano racconti, ispirati a quel mal di vivere del quale non si danno pena di nascondere le tracce. Un dolente canto amoroso italiano e contemporaneo, denso di ragionamenti e atmosfere, seppure a volte fin troppo addolorato e incapace di scrollarsi di dosso gli eccessi di autocommiserazione. Un album per animi sofferti e per patiti del male oscuro, che però sa essere congruo col nostro mondo attorno di oggi. Visto dalle montagne di Belluno, planando verso le pianure dove questa nostra società continua a strangolarsi con le sue stesse mani.

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