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“Helplessness” dei Fleet Foxes, è già un caposaldo per gli anni Dieci della musica Usa

Qualcuno deve averci pensato un sacco e alla fine ha partorito una nuova etichetta per definire il suono di band come Fleet Foxes e My Morning Jacket – la cosa più calda del momento sulla scena d’oltreoceano. L’ha chiamato “Cosmic Americana” e devo dire che non è male.

3 Maggio 2011 alle 00:00

Qualcuno deve averci pensato un sacco e alla fine ha partorito una nuova etichetta per definire il suono di band come Fleet Foxes e My Morning Jacket – la cosa più calda del momento sulla scena d’oltreoceano. L’ha chiamato “Cosmic Americana” e devo dire che non è male. Del resto la contaminazione è vastissima, sia in termini spaziali che temporali e tiene conto come minimo dell’ultimo mezzo secolo di musica Usa con addizione di tradizione britannica, vari filoni folk antichi, canti popolari ai confini con l’etnomusicologia, ma anche il suono dei raduni di fine Novecento – Woodstock, Wight, Monterey – e di quelli d’inizio Ventunesimo secolo, misteriosi techno-bucolici raves inclusi. Il fatto è che la musica sta marciando decisa di questi tempi e lo fa in un modo così ellittico e complesso che è tutto un congiungersi di passato e presente, di classico e ricerca, di sistematizzato e d’indefinibile. Seduti su questi crocevia ci sono gli ideologi delle band sopra citate, avanguardia di un plotone nutritissimo, che è quello da cui ci attendiamo cambiamenti e sorprese eccitanti nel prossimo futuro, degno d’essere seguito con la devozione che la musica ancora riesce a estorcerci. Ed è certamente un evento l’uscita di “Helplessness”, secondo, sospirato album dei Fleet Foxes, nel frattempo assurti a battistrada del suono possibile e necessario per questi nostri tempi. Del resto l’impatto del disco è impressionante: non capita infatti spesso di realizzare nel giro di pochi minuti d’essere all’ascolto d’una pietra miliare del suono contemporaneo quale è “Helplessness”. Tutto di una qualità e d’una solennità intimidente, a partire dalle architetture vocali del sestetto di Seattle, che hanno la capacità di connettersi direttamente con quelle che inventarono Byrds, Simon & Garfunkel, Poco e Buffalo Springfield quando c’era Richard Nixon in circolazione, al tempo stesso non definendosi come un rifugio archeologico, ma come un efficacissimo sistema di riuso dinamico di uno strumento culturale quale, appunto, era quella vocalità d’un tempo, che riprende così miracolosamente vita oggi.

L’album, dunque, è importantissimo – indispensabile da conoscere per capire dove puntino le curve di ricerca e le tensioni estetiche di questo presente. Al centro del progetto c’è la complicata, affascinante intelligenza di Robin Pecknold, barbuto leader riconosciuto di questa band di gente normale, volutamente di basso profilo, completamente immersa nella missione musicale. Il cuore dell’opera è il suo perfezionismo, la sua visionarietà, la sua torturante voglia di migliorare, rifare, rivedere. La sua è una concezione musicale atipica, per le categorie che la compongono: in essa non si contrappongono, ad esempio, la complessità d’una sontuosa orchestrazione, modulata in diversi movimenti, e il semplice canto addolorato di un pezzo scheletrico per voce e chitarra. Anzi, fattori così apparentemente contrapposti, si completano e si compenetrano l’un l’altro, in una visione che ha un illustre precedente, nel Brian Wilson all’altezza della sua effimera maturazione, tra “Pet Sounds” e “Smile”, allorché la sua percezione musicale ormai esulava da concetti standard come “canzone” o “band” o “arrangiamento” per indirizzarsi come flusso in continuo, liquido divenire, e un disco per lui era un fiume che s’apriva in laghi, si comprimeva in strettoie, esplodeva in cascate. L’armonia sublime di “Helplessness” incede a questo modo, lasciando poi che sul pastorale, angelico fraseggio della voce di Pecknold agisca la sensibilità del suo formidabile gruppo di collaboratori, menti della migliore dedizione musicale northwesterner – ciascuno un instancabile cesellatore, un perfezionista, quanto al valore del proprio intervento, vissuto per intensità, anziché per quantità.

Il risultato è strabiliante: “Helplessness” è un caposaldo per gli anni Dieci della musica Usa, e resta solo da vedere la reazione commerciale che gli riserverà il pubblico: non sappiamo cosa presagire, ovvero se profetizzare il successo e la durata che un prodotto del genere merita, oppure adombrare l’altezza della sfida che porta in sé, la serietà che richiede, la concentrazione che pretende da un pubblico disabituato. Un discorso a parte merita infine il ruolo che Robin Pecknold si è ritagliato sulla scena musicale dei grandi ispiratori, a fianco, chessò, di Justin Vernon, Jim James, Sufjan Stevens, Rufus Wainwright. Costoro sono veri leader intellettuali, veri innovatori, veri filosofi del suono che nasce. Sono un gruppo numeroso e portano avanti, ciascuno con la sua specificità, i segni di un progresso artistico. Ciò che stanno facendo è magnifico e in alcun modo va sottomesso a quanto fecero altri in passato, che ebbero solo una maggiore esposizione mediatica, perché allora così andava il mondo. Ciò che accade oggi nella musica è elettrizzante e merita la stessa dedizione e lo stesso abbandono che gli si diede un tempo. Chi non lo fa, avrà i suoi motivi e le sue false illusioni, ma è miope e non sa cosa si perde.

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