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Il lussurioso album di Simon e il cuore di New York

L’uscita di “So Beautiful or So What” è stata recensita in chiave cerimoniosa dai grandi media Usa, battendo su un unico tasto.

19 Aprile 2011 alle 00:00

L’uscita di “So Beautiful or So What” – il nuovo album di Paul Simon, registrato nello studio casalingo del Connecticut ristabilendo la collaborazione con Phil Ramone che nel ’75 produsse il capolavoro “Still crazy after all these years” – è stata recensita in chiave cerimoniosa dai grandi media Usa, battendo su un unico tasto: sentiamo come se la cava il gran narratore musicale dei mali oscuri metropolitani, adesso che è sul limitare della vera terza età, dal momento che compie 70 anni. Alla faccia del galateo! Non si parla d’altro in questi dotti articoli, se non del fatto che l’arzillo vecchietto ancora ci provi con il suo inesauribile serbatoio di classe e che un po’ si ripeta, ma sovente riesca a librarsi ad altezze degne di lui. Poi partono i prevedibili (ma legittimi) paragoni con la controparte letteraria, quella che ha fatto il suo stesso gioco su un altro campo, a partire dalla triade, ormai semi-estinta, composta da Philip Roth, John Updike e Norman Mailer. Soprattutto i primi due, è indubbio, per decenni sono andati in cerca delle stesse cose inseguite da Simon, impalpabili, inafferrabili e affascinanti.

Chiamatele “il male oscuro” o “la voglia matta”, “il sogno borghese” o “l’amore nel pomeriggio”: New York City fa questo effetto su alcune anime speculative che hanno bisogno di esprimersi e di descrivere, fornisce loro un teatro, in eterno divenire, popolato da misteri immutabili. E questi cronisti d’eccezione ci si aggirano lungo la vita, in cerca d’indizi e satori – e così facendo rischiano di vivere meravigliosamente. Tutto ciò per dire che a noi della portata anagrafica del nuovo lavoro di Simon non ce ne frega un accidente e dopo qualche ascolto siamo paralizzati dalla bellezza di alcuni momenti che contiene e siamo stregati dal procedimento intellettuale che governa il progetto, che altro non è che il dispiegarsi di una fantasiosa capacità di connettere un arsenale di stimoli diversi tra loro, tutti iscrivibili alla voce “vivere a New York City” – che spaziano dalla multirazzialità alle epifanie religiose, dal rapporto con la memoria al pensiero dell’afterlife, dalle tragedie collettive di fine Novecento e primo XXI, a quegli infinitesimali istanti percettivi che l’animo riflessivo, a una certa ora della sera, sa cogliere e reificare, fino a farne un oggetto rituale. Avete capito di che tratta “So Beautiful or So What”?… altro che problemi d’età! Tornando a casa, mettendo da parte la parentesi mondialista, tornando ad aggirarsi nei pascoli che condivideva con Garfunkel, l’ottimo Paul ha montato un disco ben oltre il mirabile artigianato e che invece ha a che fare coi tormenti della grande letteratura americana, e a essa si riferisce e si paragona.



Se queste sono cose che vi sono care,
vi consiglio questo acquisto e, credendo nel principio della parte per il tutto, nella sua scaletta, avara ma pregevole, scelgo di dirvi solo del pezzo che mi ha conquistato più degli altri. Si chiama “Love and Hard Times” e ha un fenomenale arrangiamento d’archi del jazzista Gil Goldstein. Nel testo viene chiamato in causa uno dei personaggi ricorrenti del disco: Dio, un Dio newyorkese e possibilista, mondano e un po’ stanco, magnificamente umano, al punto da garantire la propria indispensabilità. Dunque Dio e il suo unico figlio una domenica mattina fanno una visita di cortesia sulla Terra e trovano fiori d’arancio in sboccio, usignoli che cantano e teneri vecchietti che si commuovono per il loro gesto d’attenzione in questi tempi duri. Dio ha fretta e dice al figlio: dai andiamo, ci sono ancora intere galassie da creare, se restiamo qui finisce che succede un casino, se ce ne andiamo si risolverà tutto in amore e depressione. A questo punto, apparentemente, Simon si mette a parlare d’altro. Racconta di come si è innamorato di lei la prima volta che l’ha vista, anche se sembra un cliché da consumato paroliere. Ricorda: quel giorno d’estate, il sole, la luce, il cielo e l’amore, l’amore, l’amore. E poi la vita: la pioggia, le lacrime, le finestre rotte e le serrature chiuse. E’ facile essere generosi quando le cose vanno bene, diventa difficile se l’amore se n’è andato. Nell’ultima scena della canzone siamo in una silenziosa camera da letto, oggi. E’ l’alba e la luce filtra dalle tende. C’è inquietudine nei cuori delle persone che non riescono a riposare in quella stanza. Ma poi la mano di lei afferra quella di lui. E lui torna a pensare a Dio e lo ringrazia per avergliela fatta incontrare in tempo. Beh, se non è un capolavoro questo, da risvegliare il vecchio Rabbit updikiano. Nel disco poi troverete anche scombinati reduci del Vietnam che lavorano negli autolavaggi e filosofi homeless che dormono sotto il Brooklyn Bridge. Troverete doo-wop, gospel, ritmi afro e magnifici strumentisti. Tutto coniugato in una lussuria che riporta in quel cuore di New York del quale è impossibile non avere nostalgia.

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