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Contro la retorica della start up creata in sale con biliardino in garage asettici modello Google

1 Settembre 2016 alle 06:20

Contro la retorica della start up creata in sale con biliardino in garage asettici modello Google

Retorica startuppara in ciabatte, no grazie. Gli incubatori? “Oddio. Basta con questa cosa degli incubatori. Mi sembra la parodia di Crozza, l’in-cool-ator. Questi spazi fantasmagorici coi biliardini, pieni di computer e tecnologia, dove nessuno insegna veramente ai ragazzi a fare impresa. Ma a che servono”. Parla Antonio Falcone, quarantasei anni, romano, gestore del primo gruppo di venture capital italiano, Principia sgr, che investe in start up e non solo. “Questi hanno tutti il biliardino, ma a parte essere bello il biliardino non è che serva a molto. Semmai serve avere un team che lavora solo su un progetto, come nella Silicon Valley, dove una squadra lavora su un progetto specifico e le squadre vengono messe in competizione tra di loro, come fa Google. In Italia invece abbiamo gli startupper di professione”, dice Falcone. “Io in tutti i contest in cui vado trovo sempre gli stessi ragazzi. Alcuni sono anziani, col dolcevita, io li vedo alle conferenze, agli incontri, e vorrei chiedere loro ma chi siete, ma cosa avete fatto nella vita! Lo startupper non è un mestiere, è una fase iniziale di qualcosa che deve diventare un’azienda. Basta con questa retorica del garage, di Google. Tutti stanno lì a celebrare il garage di Google ma nessuno dice che Google funziona proprio perché Brin e Page non sono rimasti in quel maledetto garage. E questo è successo perché un fondo di venture capital un giorno è arrivato e gli ha dato 10 milioni di dollari”.

 


Antonio Falcone


 

Falcone invece investe fuori dal garage, e in un particolare settore, quello biomedicale, che pare la gallina dalle uova d’oro italiana. Ad altissime possibilità di crescita, e in cui “non abbiamo concorrenti”, dice Falcone al Foglio. “Siamo settimi nel mondo per qualità della ricerca, siamo secondi al mondo per produzione di princìpi attivi, cresciamo nella ricerca più della Germania, non si capisce perché ci devono essere investimenti così piccoli”. In Italia infatti “su questo settore si investono 20-30 milioni di euro l’anno, in America si viaggia sui 2-3 miliardi. Eppure nonostante questi soldi riusciamo a essere all’avanguardia”. Falcone col suo fondo investe in piccole e medie imprese, oltre che in start up. “Il nostro fondo Principia III acquisisce partecipazioni sia di maggioranza che di minoranza qualificata in imprese e start up e ha una dotazione di 185 milioni di euro, con l’obiettivo di arrivare a 300 milioni. Una dimensione che tende verso quella europea” continua Falcone, mentre in media “i fondi italiani  in genere viaggiano sui 60-70 milioni”.

 

Contro ogni previsione, Principia è l’unico operatore del biomedicale italiano, “questa cosa non mi rende contento, anzi è la constatazione di un fallimento. C’è la fila di soggetti stranieri per venire a investire in questo comparto, perché rende e siamo bravi. Eppure nessun altro si dà da fare”. Sul suo fondo ha investito l’Enpam, il ricco fondo pensione dei medici; e Falcone ha scelto di investire innanzitutto su Wise, una start up milanese che vince tutti i contest con un sistema innovativo per stimolare il midollo spinale e per la cura di malattie degenerative come il Parkinson (un sistema di elettrodi particolarmente economico rispetto a quelli in commercio perché composto da polimeri integrati con circuiti elettronici elastici). Tale tecnologia rende la “plastica” duttile, poco invasiva e biocompatibile. Poi ha comprato il 45 per cento di Comecer, azienda romagnola che è abbastanza rappresentativa dell’Italia industriale: 240 dipendenti, 50 milioni di euro di fatturato, filiali a Miami e India, forniva tecnologie nucleari all’Agenzia nucleare italiana ma dopo il referendum del 1987 si è dovuta reinventare e adesso è un leaderino della medicina nucleare, grazie alla ricerca fatta con l’Enea negli anni.

 

Tante aziende chiudono perché gli imprenditori non hanno più soldi, perché il credito si è rarefatto, ma pochi – in Italia – pensano al venture capital, ai capitali di ventura che non si capisce esattamente cosa fanno. “Se uno ha la percezione che significhi mettere i soldi in qualcosa e probabilmente perderli, non ha capito che lavoro facciamo” – spiega il finanziere. “Qualcuno confonde ancora finanziamenti con investimenti. Noi entriamo facendo equity, cioè come azionisti, come soci. Non indebitiamo, non zavorriamo le aziende. Entriamo e siamo soci. Vinciamo e perdiamo insieme. Noi mettiamo in media 3-5 milioni di euro in early stage o start up mentre riserviamo 15-20 milioni di investimento per le piccole e medie imprese innovative. Se penso che siamo i più grandi mi viene da ridere”. Però in Italia il venture capital è visto sempre con sospetto, “e infatti noi del settore dobbiamo fare autocritica: non ci abbiamo messo mai i soldi veri, ci abbiamo messo veramente pochi soldi, bisogna pensare a fare incontrare domanda e offerta di investimenti, che in Italia ci sono, ma nessuno le mette insieme”. A fianco della cassa dei medici, nel fondo biomedicale di Principia hanno investito oltre Enpam anche la Cassa dei dottori commercialisti e il Fondo pensione Bcc, mentre oltre a Falcone i soci delle Sgr sono il Cnr e il leggendario investitore britannico, Humphrey Julian Nokes.

 

L’Italia guarda comunque sempre all’estero. “Tante start up tengono la ricerca qui da noi e poi magari la parte commerciale in California, perché da noi la ricerca costa poco, un ingegnere italiano costa molto meno di un americano”. Però manca il collegamento tra università e impresa. “Dovete brevettare, altro che pubblicare” sostiene Falcone. “Se sei un genio della pubblicazione ma non porti a nessun prodotto che arrivi poi sul mercato farai una carriera falsata. Chi se ne frega delle pubblicazioni”, dice il finanziere. “In America vieni valutato se hai prodotto qualcosa, e possibilmente sei fallito almeno una volta, c’è la cultura del fallimento, mentre da noi il fallimento è ancora visto come stigma, c’è un problema culturale”. Da noi ci sono gli startupper anziani.

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