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Il vero pericolo dei Corbyn che si aggirano in Europa si chiama Rohan Silva, e fa l’imprenditore

24 Settembre 2015 alle 06:13

L’errore che si fa spesso, quando si analizzano i grandi eventi politici e se ne commentano i relativi flussi elettorali, è di giudicare l’accaduto esclusivamente seguendo un asse orizzontale: la destra, il centro, la sinistra. Non ha fatto eccezione il racconto delle dinamiche che sono seguite alla vittoria di Cameron e dei conservatori inglesi dello scorso maggio, sorprendente almeno nelle proporzioni, e della conseguente vittoria del novecentesco Corbyn alle primarie per la leadership del Labour, dopo la debacle targata Ed Miliband. Colpevole secondo alcuni di essersi ritirato troppo a sinistra, e secondo altri, i sostenitori di Corbyn, di essersene andato troppo a destra allontanandosi così dai fantomatici bisogni della gente. La conseguenza del trionfo di Corbyn, o la sua premessa, si è detto, è stata la prateria lasciata libera dal Labour al centro dello scenario politico, in cui Cameron, Osborne e compagni possono da ultimo scorrazzare indisturbati, finalmente al sicuro dopo i tempi duri dell’era Blair, colui che li aveva ricacciati in un recinto identitario e sostanzialmente ininfluente (“un vero incubo per i conservatori”, copyright William Hague).
Quello che si è detto meno è cosa significa davvero andarsi a conquistare il centro della scena politica, ed è qui che forse conviene andare a scavare un attimo in verticale, se no sembrano tutti un po’ matti, i Cameron, i Renzi, le Merkel, con quella loro voglia di andare a prendersi un luogo che, secondo gli analisti politici che sanno tutto, si riduce ad una chiesa che va da Mario Mauro a Nick Clegg, passando per le burocrazie di Bruxelles. Non proprio la terra promessa, ecco. Nel caso di Cameron, ad esempio, rimettersi al centro della scena politica, ridiventare in qualche modo centrale nell’influenza che si può esercitare nella vita e nel futuro dei propri elettori e cittadini quando si ha il privilegio di governare, ha anche significato provare a prendere di petto le sfide che la disruption tecnologica ha posto a tutti, governi compresi, con sempre più urgenza. Basta fare un po’ di ricerca su Google, togliersi dagli occhi le fette di prosciutto ideologiche e monodimensionali della cronaca politica spiccia, per andare a riscoprire quanto grande sia stata, nelle strategie del primo ministro, la voglia di mettere il cappello su quanto di tecnologicamente avanzato stesse succedendo in Inghilterra, soprattutto a Londra, e soprattutto nella zona est della capitale, trasformata in pochi anni nel maggior tentativo europeo di replicare allo strapotere della Silicon Valley. Fu il primo ministro in persona, eletto da pochi mesi, ad annunciare in un discorso del novembre 2010 la nascita di quella che sarebbe diventata la East London Tech City. In una zona della città dove fino al 2008 non c’era la fibra ottica, nacque il più grosso distretto tecnologico d’Europa, dove sono arrivate a installarsi oltre 5.000 aziende del settore, fra grandi gruppi (Google e Intel per fare due nomi), start-up e acceleratori vari.

 

La presenza in cabina di regia del governo nel disegnare il progetto fu decisiva, con un notevole lavoro di visione a monte accompagnato da una forte politica di incentivi fiscali per le start-up da un lato e di attrazione nei confronti dei giganti del tech e delle telecomunicazioni dall’altro. L’uomo che fece tutto questo per conto di Cameron si chiama Rohan Silva, per anni consigliere del primo ministro conservatore. Come lo stesso Silva ha raccontato quest’estate, lui e Cameron erano convinti che il governo avrebbe potuto fare molto per favorire lo sviluppo di un hub tecnologico locale. E lo fecero. Rohan Silva non lavora più a Downing Street, e oggi è tornato a fare quello che faceva prima, l’imprenditore in ambito tecnologico. Il suo ultimo progetto si chiama Second Home, ha base, manco a dirlo, proprio a Londra est, in una ex fabbrica di tappeti a Brick Lane, ed è considerato da molti “l’ufficio più bello del mondo”. Second Home è un incrocio fra un co-working evoluto, un centro di ricerca, e un luogo dove ci si scambiano idee, contatti, progetti, affari; “un hub creativo e una nuova tipologia di spazio lavorativo” secondo loro definizione. “Crediamo in una cosa molto semplice”, ha detto lo stesso Silva, “e cioè che le cose buone succedono quando le persone e le aziende collidono”. “Se lavorassi ancora per il governo, suggerirei due cose su cui lavorare oggi nella Tech City – ha recentemente scritto Silva – la creazione di un’università per aumentare il talento e la conoscenza tecnologica delle nuove generazioni, e una nuova politica sui prezzi delle case in quella zona, per non perdersi una nuova ondata di giovani innovatori”. E’ questo che deve spaventare dei vari Corbyn che si aggirano per l’Europa: non che non cantino l’inno nazionale alla presenza della Regina, ma la distanza siderale fra il loro modo di concepire il mondo e quello dei Rohan Silva. Poi uno si chiede ancora da dove arrivi la debacle del Labour; altro che destra, centro e sinistra.

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