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Un’app gestisce per voi la vostra reputazione digitale, un’altra vi lascia visitare i musei in tempo

13 Agosto 2015 alle 06:18

In Italia da turismo e cultura dipende oltre il 10 per cento del pil. E c’è chi sostiene che se il paese gestisse meglio le sue risorse quest’incidenza sarebbe ben più alta. Insomma: indipendentemente da come la si guardi, il turismo è una delle risorse più importanti delle quali disponiamo. Così importante che lo scorso anno è servito un comma del decreto Cultura per ricordare al legislatore che anche le startup che si occupano di turismo possono essere innovative (si perché – vale la pena ricordarlo – in Italia siamo riusciti a fare un albo anche per le startup). Comma decisivo, se si considera che il numero di startup innovative dedicate al turismo registrate nella sezione speciale del registro delle imprese è, su un totale di 4.248 aziende presenti al secondo trimestre 2015, ben 12. No, non sono saltati degli zeri. Non 120. Proprio 12. Dodici.

 

Qualcosa non torna? Semplice: per quanto i codici ateco possano non rendere giustizia alla realtà e piazzare sotto altre categorie aziende innovative che effettivamente si occupano di turismo, il potenziale per sviluppare innovazione che produca valore per l’Italia è tutt’altro che ben sfruttato. Cosa grave per almeno due ordini di motivi: il primo è che il turismo – in un contesto in cui quasi la metà dei flussi provengono dall’estero (con un trend in continuo aumento) – è globalizzato per definizione. Il che vuol dire che i turisti sono abituati a servizi (digitali, ma non solo) che in Italia faticano a trovare. Anche il banale wi-fi nelle stanze degli agriturismi è talvolta una chimera. Chimera che però determina una parte rilevante delle scelte d’acquisto di chi prenota tramite i principali sistemi di booking online. Il secondo è che la maggior parte del valore creato online attraverso servizi turistici nasce da processi di reintermediazione. La disintermediazione, il più delle volte, è infatti una favola da new economy: sono proprio i nuovi intermediari a creare valore. Sistemi come Booking.com o TripAdvisor non hanno disintermediato le vecchie agenzie di viaggio, si sono sostituiti a esse nella relazione tra strutture turistiche e ospiti reintermediando, appunto, il processo di scelta. E spostando altrove, grazie alla rete, il valore generato. Così, mentre noi cerchiamo di capire come tutelare le agenzie di viaggio, nuovi attori – spesso nati in contesti più favorevoli all’innovazione – banchettano sui loro resti.

 

Tuttavia il piatto del turismo è così ricco che, innovative de iure o solo de facto, sono numerose le startup italiane che si sono messe in gioco. E che il gioco sia molto serio lo sa bene Mirko Lalli, da sempre attivo tra rete digitale e reti turistiche e dal 2014 fondatore e CEO di Travel Appeal, azienda che ha attirato l’attenzione di Unicredit StartLab (il progetto di Unicredit per il supporto alle startup) e che oggi, a poco più di un anno dalla nascita, conta su uno staff di 15 persone. Le recensioni di siti come TripAdvisor sono spesso croce e talvolta delizia per gli operatori. Travel Appeal è un vero coach per la gestione della reputazione digitale di strutture ricettive e territori: la analizza e propone azioni correttive. “E siccome reputazione e revenue sono collegate – afferma Mirko Lalli – Unicredit, che da subito ha creduto in noi, utilizzerà il Travel Appeal Index come parametro aggiuntivo di rating bancario e creditizio sia per i territori che per le singole imprese. Una vera rivoluzione per una banca”. Ma anche un segnale concreto dell’efficacia del modello di analisi ideato da TravelAppeal.

 

Saltare la coda (ma legittimamente)

 

La reputazione di una struttura però dipende in larga parte dall’esperienza di viaggio dell’utente. E cosa c’è di peggio che iniziarla con una lunga coda sotto il sole? A questo deve aver pensato Alessandro Petazzi, fondatore di Musement. L’azienda infatti si propone di eliminare le code all’ingresso di musei e luoghi d’arte e suggerire al turista le migliori attività da compiere nei luoghi che visita. Con pochi click il turista può scegliere la meta della sua visita, prenotare l’ingresso e saltare la coda all’entrata presentando il biglietto elettronico. Tutto grazie allo smartphone. Musement è quindi una sorta di booking.com per musei e mostre d’arte, con tanto di recensioni degli utenti. E come Booking.com sta avendo successo.

 

Quello dei servizi connessi al turismo digitale è per il nostro paese un piatto da quasi nove miliardi di euro l’anno. Aziende come Travel Appeal e Musement contribuiscono a far sì che tale piatto rimanga in Italia e dimostrano come non servano troppe norme per supportare l’innovazione, ma visione e capacità. Solo così l’innovazione potrà supportare realmente il paese e non trasformarlo in una sua vittima.

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