Arteta, Emery e Pérez. Tre allenatori baschi alla conquista delle coppe europee

Dai Paesi Baschi e dalla Navarra arriva una generazione di tecnici che ha trasformato appartenenza, disciplina e memoria in metodo. Il calcio globale scopre la forza dei luoghi piccoli

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18 MAY 26
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Mikel Arteta (foto Ansa)

Prendete una mappa. Segnate: San Sebastián, Hondarribia, Pamplona. Unite i tre punti: viene fuori un triangolo sviluppato verso l’alto, un fazzoletto di terreno abbastanza piccolo, ma che in dieci giorni potrebbe mostrarsi lo spazio necessario per contenere tre coppe europee. Mikel Arteta, figlio di San Sebastián, guida l’Arsenal verso la notte più alta, quella della Champions League. Unai Emery, nato a Hondarribia, porta con sé in Europa League la sicurezza quasi superstiziosa di chi in quella coppa sembra avere una chiave di casa (ha già vinto quattro volte, ora ci prova con l’Aston Villa). Iñigo Pérez, navarro di Pamplona, cresciuto calcisticamente nell’Athletic, conduce il Rayo Vallecano dove il Rayo non era mai stato: a una finale continentale, quella di Conference. L’origine di queste panchine d’oro che in questo momento guidano l’Europa è nei Paesi Baschi (la Navarra, nel calcio, ne è parente stretta, frontiera e prolungamento sentimentale), luogo che crea talenti, ma che soprattutto coltiva uno spirito: lì il calcio è comunità. È la terra, del resto, in cui resiste l’esperimento dell’Athletic Bilbao, che va avanti con successo impiegando solo giocatori baschi, di nascita o di formazione. È quella in cui il pallone è appartenenza. Per questo la loro provenienza si esalta, nei dieci giorni in cui l’Europa deciderà i propri vincitori: perché parla di luoghi che non producono soltanto calciatori. Producono caratteri, modi di stare al mondo. Una certa postura davanti alla fatica, alla sconfitta, all’attesa.
Si comincia mercoledì, con Emery e il suo Aston Villa. Quindi da Hondarribia, posto che da una parte guarda il mare e dall’altra la Francia. Il pallone, in casa Emery, è un’eredità: è cresciuto dentro una famiglia in cui il calcio era già memoria. Nonno e padre erano portieri, l’infanzia è fatta di racconti, partite, appartenenza, e di lui bambino con il pallone sotto il braccio, che gioca nella piazza del paese, nei cortili, negli spazi disponibili, come se il campo fosse ovunque, di partenze per andare a vedere il calcio basco della Real Sociedad. Sul lavoro quotidiano e sulla concretezza poi Emery ha basato la sua evoluzione in allenatore vincente, ma soprattutto in uomo che appartiene all’Europa, pronto a cambiare lingua, squadra, contesto, ma che resta ancorato al suo territorio, dove con la famiglia è diventato proprietario del Real Unión, club basco di Irun, per ripristinare la memoria e il blasone di una società storica.
Dopo una settimana dall’Europa League, altra finale. Quella di Iñigo Pérez, in Conference, con il Rayo Vallecano, quella di un allenatore che basco non nasce (anche se la Navarra è lì), ma lo diventa, andando da ragazzo nell’Athletic, e capendo di essere arrivato in un ambiente dove il talento non basta. Dove devi saper giocare, certo, ma devi soprattutto capire dove sei finito: c’è una filosofia prima di una squadra. È un allenatore che legge, che cita Machado, che pare guardare il gioco come si guarda una montagna prima di salirla. Da calciatore, raccontano quelli che lo hanno conosciuto, sembrava prendere appunti mentre giocava: si stava preparando. Il destino ora lo sta rendendo grande: al Rayo era assistente di Iraola, che ora allena il Bournemouth e che del calcio basco è una bandiera. Doveva seguirlo in Inghilterra, ma non aveva il curriculum giusto per ottenere il permesso di lavoro in Gran Bretagna ed è rimasto dov’era, arrivando fino a dove è ora, mostrando come ci siano valori superiori alla burocrazia.
Il gran finale è con Mikel Arteta e il suo Arsenal, che nel frattempo potrebbe anche vincere la Premier League, e la Champions, motivi per far festeggiare in anticipo la sua terra. Perché Arteta è identità pura: è l’Antiguoko, club di formazione e di quartiere, dove giocava proprio con Iraola, dove è cresciuto anche Xabi Alonso, uno di quei posti in cui il talento viene riconosciuto presto, dove si gioca, si impara, si sbaglia, si ricomincia. È il calcio prima che diventi industria. Ma anche un’idea: che la bellezza, quella del territorio e quella del pallone, sia anche disciplina, educazione dell’istinto, eleganza. E con questi principi Mikel ha plasmato l’Arsenal, portandolo a un passo dal paradiso.
Dieci giorni che si possono vivere nel triangolo disegnato sulla mappa (si può percorrere tutto in un’ora e mezza di auto), in tre luoghi piccoli rispetto alla mappa del calcio globale, enormi per la formazione di chi li ha attraversati, vissuti. È una forma di poesia che sovrasta per un breve periodo il calcio moderno: scoprire che per arrivare nell’Europa dei grandi, a volte, non serve appartenere a una scuola, ma a un posto.