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Il tennis trattato ancora come uno sport minore
Si continua a ragionare come se il calcio fosse l’unico sport adulto della famiglia e gli altri fossero bambini da sistemare dove capita. Il pubblico è cambiato, l’attenzione internazionale pure. La gerarchia mentale di chi organizza, decide, coordina, invece è sempre uguale
15 MAY 26

Foto ANSA
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel modo in cui continuiamo a considerare il tennis: tutti pronti a celebrarlo quando vincono Jannik Sinner o Lorenzo Musetti, tutti pronti a riempire il Foro Italico quando gli Internazionali diventano una specie di festival pop nazionale, tutti pronti a dire che “il tennis ormai è uno sport di massa”, salvo poi comportarsi come se fosse ancora una nicchia per appassionati educati e silenziosi. Due episodi, nelle ultime ore, raccontano meglio di qualsiasi convegno lo stato delle cose. Primo episodio: fissare il derby Roma-Lazio nello stesso giorno delle finali del torneo di Roma. Certo, il derby romano resta il derby romano. Nessuno finge che il Centrale del Foro Italico muova la stessa pressione emotiva di una stracittadina. Ma possibile che nessuno, nel grande risiko del calendario sportivo italiano, abbia pensato che ormai le finali degli Internazionali siano diventate un evento gigantesco? Migliaia di persone in movimento, traffico impazzito, sicurezza, trasporti, turisti, famiglie, sponsor, televisioni, città paralizzata. Non è più il torneo elegante da pagina 47 della Gazzetta. È un pezzo importante dell’intrattenimento italiano. Ma il sistema continua a ragionare come se il calcio fosse l’unico sport adulto della famiglia e gli altri fossero bambini da sistemare dove capita.
Secondo episodio, ancora più simbolico: mercoledì sera la partita tra Luciano Darderi e Jordan Thompson sospesa perché i fumogeni provenienti dallo stadio rendevano impossibile giocare. Una scena quasi comica: il tennis fermato dal calcio, il Centrale trasformato in dependance atmosferica della curva, il match trascinato fino alle due di notte come se fosse normale. In qualsiasi altro paese sportivamente maturo sarebbe scoppiato un caso. Da noi no. Da noi sembra quasi folklore. E invece dentro questi dettagli c’è un tema più grande: l’incapacità del sistema sportivo italiano di accettare che il tennis non sia più il figlio di un dio minore. Il pubblico è cambiato, gli investimenti sono cambiati, i risultati sono cambiati, l’attenzione internazionale è cambiata. Non è cambiata, invece, la gerarchia mentale di chi organizza, decide, coordina. E così capita che uno degli eventi sportivi più importanti d’Europa venga trattato ancora come un elegante contorno del calcio. Anche quando il contorno, ormai, è diventato il piatto principale.