Dall'Ajax allo scudetto con il Porto, la parabola di Farioli, il talento ignorato dall’Italia

Per vincere l'allenatore ha fatto una cosa semplice: è rimasto sé stesso. Ha creduto nel personale modo di concepire il calcio e in giocatori che erano finiti in dimenticatoi dorati, oltre a un pugno di giovani da far diventare grandi. Ma ha deciso, soprattutto, di stupire

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9 MAY 26
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Foto Ansa

Quando il calcio bacia un talento, mostra subito il suo principale vantaggio: dopo una stagione ne fa cominciare subito un’altra e tocca sempre a te. Se è andata male, ti rifarai: certe doti non possono essere un equivoco. Un anno fa Francesco Farioli piangeva: allenava l’Ajax e aveva appena perso il campionato in modo incredibile. A cinque giornate dalla fine aveva nove punti di vantaggio sul Psv, alla penultima giornata era stato sorpassato, all’ultima nemmeno vincere è bastato. Si potrebbe anche capovolgere la prospettiva: Farioli aveva portato l’Ajax di nuovo in posizione (quasi) dominante raccogliendola dall’abisso in cui era precipitato nel primo anno senza Erik ten Hag, non qualificandosi nemmeno per la Champions dopo tredici anni (e oggi, senza di lui, rischia di nuovo di rimanere fuori anche dai preliminari). Ma il pallone è spietato, quando mette davanti i risultati: Farioli aveva perso. Però, aveva solo rimandato i giorni di gloria. Allo scorso weekend, quando è stato lanciato in aria, come trionfatore, dai giocatori del Porto, che avevano appena vinto il campionato davanti, per capirci, al Benfica di Mourinho e i campioni dello Sporting Lisbona.
Per vincere, e ricostruire anche il Porto, Farioli ha fatto una cosa semplice: è rimasto sé stesso. Ha creduto nel personale modo di concepire il calcio e in giocatori che erano finiti in dimenticatoi dorati (come Gabri Veiga e de Jong), oltre a un pugno di giovani da far diventare grandi. Ha deciso, soprattutto, di stupire: quando il campionato è partito ha subito fatto capire le sue intenzioni, vincendo sedici partite su diciassette (e pareggiando l’altra). Poi le ha difese, perché Benfica e Sporting non hanno mai rallentato troppo il passo, ma non riuscivano a tenere quello di una squadra solida emotivamente e anche tatticamente, capace di concedere solo quindici gol in trentadue giornate. Il Porto, a differenza dell’Ajax di un anno fa, non ha ceduto mai, non ha avuto paura quando stava per vincere, ha scacciato ogni fantasma anche dopo la prima (e unica) sconfitta in campionato. Perché Farioli probabilmente ha le stimmate del predestinato e doveva vincere, era stato solo costretto a rimandare le feste di un anno, a costo di provare dolore e alimentare gli appassionati di archeologia calcistica, quelli secondo cui un allenatore di trentasette anni non può avere delle qualità, quelle arrivano con i capelli molto bianchi o con una lunga carriera di calciatore. Ma se a quest’ultima obiezione ha risposto già Arrigo Sacchi al suo tempo (“Un fantino non ha mai fatto il cavallo”) alla prima ci ha pensato lui con testardaggine: mettendosi in proprio già a trentadue anni, prima con il Fatih Karagumruk (2021, diventando il più giovane allenatore italiano in un campionato europeo) e poi con l’Alanyaspor (2021-23), entrambi in Turchia, poi con il Nizza. Prima, era passato dall’Aspire Academy, il centro di sviluppo che doveva formare la generazione di talenti del Qatar per lo scorso mondiale e tre anni da preparatore dei portieri nello staff di De Zerbi (con Benevento e Sassuolo).
Ha avuto coraggio e forse questa è la sua dote principale. Quello di mollare tutto e provare la sua avventura, quella di lasciare l’Italia e capire che se sei giovane, hai una visione, e vuoi allenare, devi andare altrove. Promuovendo un calcio non ideologico, divertente, con ritmo altissimo, ma pragmatico e gestendo lo spogliatoio cercando di creare un’identità condivisa, facendo lui stesso parte. A marzo l’ascesa di Farioli era già diventata un’invettiva di The Athletic al calcio italiano: “Se mai ci fosse bisogno di un esempio della natura provinciale della Serie A, eccolo. Dodici delle venti squadre del campionato hanno cambiato allenatore la scorsa estate. Eppure, tutte sembrano aver ignorato uno dei talenti più promettenti del panorama calcistico italiano. Alcuni forse si sono rassegnati all’idea di non poter più contare su Francesco Farioli. La sua stella è salita troppo in alto per le squadre di metà classifica o per quelle che lottano per la salvezza”. Ora che ha vinto, il tono dell’accusa è ancora più alto, visto che il contatto più vicino con la Serie A che ha avuto Farioli è stato quando nel 2022 era nel taccuino dello Spezia, ma per il pallone italiano era inadatto ad allenare non avendo ancora il patentino adatto. Quindi, è rimasto all’estero e lì si è costruito la sua carriera, cucendosi anche le cicatrici di una sconfitta. Da solo, ma anche cercando l’ambiente ideale per mettersi alla prova. Non è per caso che sbocci un talento: a volerlo al Porto è stato il presidente Villas-Boas, uno che da allenatore del Porto ha vinto il suo primo titolo a trentatré anni e che è arrivato su una panchina senza alcuna esperienza da calciatore professionista. L’età e il passato in campo sono requisiti da conservatori e nemici del talento. Infatti ora vince Farioli, che in realtà aveva fatto un miracolo anche l’anno scorso, ma nessuno se n’era accorto, annebbiati dalle sue lacrime.