"Con il rugby ho un debito morale e volontario". Intervista a Elisa Giordano

La capitana dell'Italia di rugby risponde per associazione di idee: dagli spogliatoi del Valsugana agli infortuni, dalla birra del terzo tempo alla crisi del rugby scolastico. Sabato al Lanfranchi contro l'Inghilterra

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9 MAY 26
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Foto LaPresse

Mirano (Venezia) di nascita e Padova (Valsugana) di squadra, 35 anni e 81 “caps”, Elisa Giordano è terza centro e capitano dell’Italia che sabato 9 maggio alle 15 al Lanfranchi di Parma affronta l’Inghilterra nel quarto turno del sei Nazioni.
Sandro Cepparulo, giornalista: “Il rugby è l’assoluto ordine nell’apparente disordine”.
“Dipende. Visto con gli occhi di chi gioca e sa, il rugby è due linee che s’infrangono e si ricompongono dopo un agglomerato che si è scontrato, districato, sciolto e rialzato. Visto con gli occhi di chi non sa, il rugby è complicato, ci sono tante tantissime regole, dunque è difficile da capire, interpretare e ancora di più prevedere. Ci vuole conoscenza per anticipare quello che sta per succedere. In due parole, il rugby consiste nel destrutturare la difesa di una squadra”.
Marco Paolini, attore: “Il primo ricordo è l’odore della sifcamina e dell’olio canforato per scaldare i muscoli…”.
“Se chiudo gli occhi, il primo ricordo è lo spogliatoio, lo spogliatoio del Valsugana, le mie compagne, le loro voci, la musica, non è una festa, ma c’è la partita, e la partita è concentrazione ma anche divertimento, lotta ma anche gioia, infine il cerchio, tutte in cerchio, abbracciate, prima di uscire dallo spogliatoio ed entrare in campo”.
Lote Tuqiri, rugbista australiano: “Di solito prego dopo essermi infilato i calzettoni. Ci metto una ventina di secondi, chiedo un po’ di aiuto per non farmi male, per giocare bene. Chiudo gli occhi qualche istante e poi, bang!, è andata”.
“Comincio a pensare alla partita in albergo prima di andare allo stadio o sul bus durante il tragitto allo stadio o già nello spogliatoio. Da sola. Ma mi concentro solo nell’istante prima che l’arbitro fischi il calcio d’inizio, prendo posizione, guardo il pallone e poi, bang!, è andata”.
Derek White, rugbista scozzese: “E’ stato un anno tremendo. Mi hanno messo una placca metallica nello zigomo, tre ferri nella mandibola e otto chiodi in testa. L’altra sera ero a Londra ad allenarmi: pioveva così forte che dopo mezz’ora sono scappato via perché cominciavo ad arrugginirmi”.
“Abbastanza sfortunato… Il rugby è sport di combattimento, gli infortuni ci sono, gli impatti sono forti. Il livello del rugby femminile – fisico, tecnico, tattico – è sempre più alto, negli ultimi due o tre anni ancora di più, bisogna lavorare con sempre maggiore attenzione e tempo anche in palestra. Una volta il rugby era più istinto e zuffa, adesso più organizzazione e preparazione. Io mi alleno da lunedì a venerdì, una o due volte al giorno, sabato riposo e domenica partita”.
Jean-Pierre Rives, rugbista francese: “Ogni volta che perdo, soffro, penso di lasciare. Ma poi vado all’allenamento, ritrovo gli amici e cambio idea”.
“Se fosse sufficiente una sconfitta per mollare tutto, avrei smesso già da molto tempo. Una sconfitta ferisce, ma anche in questo caso dipende dalla sconfitta: se perdi ma hai la consapevolezza di aver dato tutta te stessa e aver fatto tutto il possibile, allora ti inchini al valore delle avversarie e vai avanti; se perdi ma sai che si poteva dare e fare di più, allora ti arrabbi e forse ti abbatti, ma poi cerchi di analizzare, capire, migliorare, ricominciare e lavorarci su. E, certo, una sconfitta si metabolizza meglio insieme con le proprie compagne”.
Claudio Bisio, attore: “Giravamo il film ‘Asini’. Poi al pub, dopo il primo allenamento di rugby della mia vita, ho ordinato una birra. ‘Piccola’, ho specificato. Si sono bloccati tutti, in un silenzio improvviso. Fino a quel momento mi avevano accolto benissimo”.
“La birra è l’idea del terzo tempo, il simbolo della convivialità. Una tradizione piacevole. Bere insieme, a volte succede, a volte no, dipende dalle circostanze. A volte è una piccola, o una media, dipende da com’è andata la partita. Ma confesso che a me la birra non piace”.
Greg Cooper, giocatore e allenatore neozelandese: “In Nuova Zelanda è facile: si esce da scuola e si gioca a rugby. Fra bambini è sempre una sfida”.
“In Italia no. Il rugby, a scuola, non sanno neanche che cosa sia. Spesso non sanno neanche che cosa sia lo sport. La Federazione italiana rugby sta provando a fare, cambiare, proporre. Ma è un cambiamento culturale, dunque profondo, e richiede molto tempo, molti sforzi. Più visibilità e anche più vittorie aiuterebbero. Il rugby è la mia passione, amo farlo, e molto gli devo: sensazioni, amicizie, amori, esperienze. Un sacco di cose. Con il rugby ho un debito. Un debito morale e volontario”.