Il Becca non fu solo dribbling, ma musica e risate

Un saluto a Evaristo Beccalossi, un giocatore così umano da essere più simile a me, più simile a noi che a quell’efficientissimo robot di Cristiano Ronaldo. E ora, da lassù, Marlborini a gogò


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6 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 02:31 PM
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Foto Olycom/LaPresse

La prima volta che vidi Evaristo Beccalossi dal vivo fu indimenticabile: era il 28 ottobre 1979 , Inter-Milan, il mio primo derby. Quel giorno pioveva forte e mio zio Sandro (mio padre non c’era, era dalle parti dello Stretto di Hormuz per conto dell’Eni) mi portò nel settore “distinti”. Allora San Siro aveva solo due anelli e tre settori: popolari, l’attuale secondo anello, tutto unito senza possibilità di vendere le curve a prezzo inferiore, distinti, la parte sottostante, il primo anello e tribuna, dove andavano quelli che ai miei occhi erano ricchi sfondati. In generale l’unica possibilità di non bagnarsi era quella di trovare posto sotto ai popolari, che facevano da tettoia.
Arrivammo tre ore prima, perché a quei tempi “chi prima arriva meglio alloggia” e trovammo gli ultimissimi posti liberi: settore distinti, sotto la curva sud del Milan, per la precisione quando la curva finisce e inizia il rettilineo, all’altezza del calcio d’angolo, quindi nel caso dei distinti, primo anello quando comincia la tribuna rossa (che allora non era rossa). Tutto cemento, niente seggiolini, quindi cuscinetti colorati dell’Inter o del Milan.
Ricordo pioggia battente, torrenziale, pozzanghere in campo, fumogeni e petardi lanciati dalla curva del Milan che avevo davanti ai miei occhi essendo di fatto accanto alla tribuna. Tutti fradici, agguerriti, c’era una concitazione che non avevo mai visto nelle altre partite.
In campo c’è l’Inter tutta fatta di italiani, di fatto il ’79-’80 è l’ultimo campionato con le “frontiere chiuse”. Tra questi undici nostrani due arrivano dal Brescia, uno dei due è un ragazzo con dei riccioloni e il baricentro basso a cui sembra importare poco della pioggia: balla tra le pozzanghere irridendo gli avversari con dei dribbling, già, dribbling, parola desueta nel calcio di oggi, nessuno fa più il dribbling, al limite in rari casi “salta l’uomo”.
Evaristo Beccalossi fa un gol al volo che vedo poco, lo fa sotto alla curva nord dalla parte opposta degli spalti, con una cancellata molto fitta che a quei tempi divideva la tribuna dai distinti. Lo vedrò meglio a casa, ecco: un piattone al volo delizioso.
Ma nel secondo tempo fa un altro gol Evaristo Beccalossi da Brescia, e lo fa davanti a miei occhi. Lo vedo prima che accada: Carletto Muraro gli serve la palla e il fantasista Evaristo mette il 2-0 da solo in mezzo all’area.
Da quel giorno Evaristo Beccalossi diventa il mio idolo per quei gol, ma anche perché noto tutto quello che fa in campo, a volte ha voglia di correre, di partecipare, a volte meno. Ma quando ha voglia è il migliore dei migliori. Noto che l’opinione pubblica non si accorge di lui come di altri campioni più “affidabili” dell’epoca: Antognoni, Bruno Conti, Causio. Tutto giusto, per carità, sacrosanto.
Ma Evaristo somiglia sempre più ai giudizi che mi davano a scuola: “E’ intelligente, ma non si applica”. Quegli altri lì, gli Antognoni, i Causio, i Bruno Conti si applicano eccome! Come non amarlo alla follia? Evaristo, come uno dei primi papi, Evaristo Beccalossi, nome e cognome di un calcio d’altri tempi fatto di Nazzareno Canuti, Tarcisio Burnich, Astutillo Malgioglio come presidente Ivanoe Fraizzoli, che la domenica mattina li portava tutti a messa.
Su questo nome, Evaristo, sulla sua figura quasi mitologica si sono scatenati aneddoti e modi di dire: “Mi chiamo Evaristo, scusate se insisto”, frase attribuita al giornalista Beppe Viola ma che io ricordo come titolo di un articolo della fanzine Inter Football Club, reperto editoriale degli anni 70, periodo in cui uscivano anche Forza Milan! e Hurrà Juventus, anni in cui le edicole straboccavano di pubblicazioni.
Altra espressione udita sugli spalti ai limiti della blasfemia, chiedo scusa in anticipo: “Evaristo lo ferma solo Cristo”.
Ma, col senno di poi, stiamo parlando di sei anni all’Inter. Niente, un soffio: Zanetti ne ha fatti più del triplo, Buffon più di quattro volte tanto. Evaristo però fu unico. L’unico a sbagliare due rigori durante Inter-Slovan Bratislava, dando vita a uno dei monologhi dell’interista Paolo Rossi che ha fatto la storia della comicità milanese: “Lui guardò tutto lo stadio negli occhi e disse: ‘Lo tiro io...’ e io pensai con tutto lo stadio: questi sono gli uomini veri. Prese la palla e la mise sul dischetto del calcio di rigore. Lo fece con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe mai e poi mai sbagliato. E sbagliò. E io pensai: per me resta un uomo”.
L’influenza culturale di Beccalossi è arrivata anche alla musica, visto che Enrico Ruggeri scrive pensando a lui “Il fantasista”: “L’allenamento? Ma fatelo voi! Io ho la mia fantasia. Troppi dolori non fanno per me,
 io sono nato già re”.
Beccalossi poi viene ceduto alla Sampdoria dove incontra ancora il suo mister dello scudetto Bersellini ma combina poco. Nel frattempo all’Inter erano già arrivati in ordine sparso e più o meno nel suo ruolo Prohaska, Hansi Müller, Salvatore Bagni, caratteristiche diverse, rendimento più costante. Ma con “Spillo” Altobelli nessuno andava d’accordo come Evaristo Beccalossi, addirittura tra Hansi Müller e Altobelli volò uno scappellotto in campo (Inter-Avellino 3-0) perché il tedesco non passava la palla al papabile capocannoniere Altobelli. Passano gli anni, i decenni, con il tempo arrivo a conoscere il mio idolo, ed è una delle rare occasioni in cui questa non è un’esperienza deludente. Vado a casa sua a Brescia, vedo i suoi cimeli di Gilles Villeneuve, il suo idolo, altro fantasista immortale, conosco la sua amorevole famiglia. Mi racconta delle fughe dai ritiri di Appiano Gentile con automobili sottratte a compagni di squadra più diligenti di lui, di sigarette (i Marlborini, li chiamava lui) fumate tra un tempo e l’altro. Di allenamenti fatti poco, di risate, di mangiate e di bevute.
Lo trovo sempre più umano, sempre più somigliante a me, a noi. Hai presente quell’efficientissimo robot di Cristiano Ronaldo? Il contrario.
Lo coinvolgo anche in avventure televisive che ricordo con il sorriso sulla bocca. Non solo innumerevoli collegamenti con “Quelli che il calcio” di Simona Ventura (ne ricordo uno dalla mia casa d’origine, interpreti come comparse parlanti la mia mamma e il mio papà) ma anche un vero e proprio spin off.
Era il 2007 e alla tv impazzava “Csi”, una delle prime “nuove” serie tv crime. Noi ne scrivemmo, all’interno del programma tv “Scorie” su Rai 2 la parodia intitolandola “Bsi, Brescia Investigation”, i due protagonisti erano il Becca e Antonio Cabrini.
Tutto paradossale, folle, tutto scritto da un altro sottovalutato della radio e della tv italiana, Dj Angelo (all’anagrafe Domenico Raffaele) altro gigantesco fantasista che si trovò immediatamente d’accordo con Beccalossi. Pezzi di tv comica sottovalutata, vado a memoria: in una puntata Cabrini e Beccalossi dovevano risolvere un delitto, l’assassino lascia sulla scena del crimine mezza Marlboro, l’agente Beccalossi non resiste e inquina l’unica prova presente: fuma la mezza sigaretta.
Evaristo nel gennaio dello scorso anno ha un malore, perde l’uso della parola. In contatto con l’amata figlia Nagaja capisco che questa non è più vita, non è più la sua vita. Grazie Becca, grazie per esserci stato e per avermi permesso di essere addirittura tuo amico. Ora, da lassù, Marlborini a gogò.