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“Come sono riuscito a voltare pagina”. Intervista a Fabrizio Miccoli
L'attaccante si racconta tra il calcio, il tatuaggio del Che, il carcere e l’amore che lo ha salvato: "Ora sto bene con me stesso, sono ripartito. Oggi sono contento. La fortuna che ho avuto è stata di avere accanto una famiglia come la mia, che mi ha dato la forza di risalire dopo quel pezzo di vita travagliato", dice l'ex calciatore
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2 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 08:31 AM

Fabrizio Miccoli. Foto Ansa
Prima osannato: il talento, una carriera in ascesa, fino alla Juventus e alla Nazionale. Poi, improvvisa, la discesa: i brutti giri, l’accusa di estorsione, le porte del carcere che si spalancano a Rovigo il 24 novembre 2021. Tutto questo e molto altro è la vita di Fabrizio Miccoli, protagonista del libro a lui dedicato col sottotitolo Gloria e peccato di un campione, autori Lorenzo Avola e Carolina Orlandi, edito da 66thand2nd, presentato presso la Fondazione Falcone alla presenza di Vincenzo Di Fresco, nipote di Giovanni Falcone.
Fabrizio che vita è stata la sua?
“Diciamo che è stata abbastanza movimentata – sorride – sia a livello calcistico che umano. Però ora sto bene con me stesso, sono ripartito. Oggi sono contento. La fortuna che ho avuto è stata di avere accanto una famiglia come la mia, che mi ha dato la forza di voltare pagina e di risalire dopo quel pezzo di vita travagliato”.
Come nasce l’idea del libro?
“L’idea viene da Carolina e da Lorenzo, che mi hanno contattato su Instagram. Da lì è nata un’amicizia, ci siamo incontrati diverse volte e alla fine ho dato l’ok”.
Ci racconta gli inizi a San Donato, provincia di Lecce? Come si è approcciato al pallone e quando ha capito di avere qualcosa in più degli altri ragazzini che giocavano con te?
“Si vedeva che avevo delle qualità importanti, anche se per la strada ti diverti e basta, pensi solo a giocare. Poi andai in una succursale del Lecce e, successivamente, arrivò la chiamata del settore giovanile del Milan. Una parentesi forte, perché avevo dodici anni e mi sono ritrovato a novecento chilometri da casa. E infatti lì ho resistito solo due anni. Però quella parentesi mi ha fatto capire che potevo fare il calciatore”.
Dal libro si evince una sorta di rimpianto nel non aver giocato nel Lecce, la squadra della sua terra, agli inizi della carriera (ci finirà solo verso il tramonto). E come sono oggi i rapporti con Corvino, il direttore del Lecce che l’ha scoperta a Casarano, ma che poi non riuscì a portarla in giallorosso?
“Sì, Corvino era il mio direttore a Casarano. Poi lui andò al Lecce e io aspettati fino all’ultimo il trasferimento. Non so il motivo preciso per cui non se ne fece nulla. Comunque, quando la Juventus decise di cedermi in prestito, cercai più volte di farmi mandare a Lecce. Il rimpianto è di non aver potuto giocare con il Lecce in Serie A, anche se poi l’ho fatto in C. Avevo il sogno di fare gol sotto la Curva Nord e sicuramente farlo in A, davanti a trentamila persone, sarebbe stato diverso rispetto a farlo in C con duemila. Con Corvino ho comunque un grandissimo rapporto, lo stimo molto come persona e come dirigente”.
Ha giocato a Perugia per Gaucci, a Palermo per Zamparini, alla Juventus con Moggi come direttore. Come sono stati i rapporti con queste figure così carismatiche?
“Con Moggi abbiamo avuto qualche scontro però alla fine ti diceva le cose in faccia. L’unico screzio che ho avuto con lui è stato perché non volevo andare a giocare in Inghilterra, dove voleva cedermi. Gaucci è stato un grande nel rapporto personale con me. Di Zamparini, non potendomi rispondere, preferisco non dire nulla. Anche Gaucci non c’è più, ma dell’ex proprietario del Perugia, se ho cento parole da dire, ne dico cento positive”.
Ma è vera la storia che Moggi mal tollerava il suo tatuaggio di Che Guevara e il suo look forse troppo appariscente per l’austerità tipica della Juve?
“Col tatuaggio ebbi un pochino di problemi però io non l’ho fatto per motivi politici, ma solo perché ce l’aveva Maradona”.
A quei tempi c’era molto talento nel calcio italiano: Totti, Del Piero, Montella, Inzaghi… lei era vicino a quei livelli, ma non ha avuto la loro stessa carriera. Ha rimpianti per come sono andate le cose?
“L’unico rimpianto che ho è che avrei potuto sfruttare meglio la situazione Juve. Magari cambiando qualcosina del mio carattere, o affidandomi a procuratori più esperti di quello che avevo. Io sono stato uno dei pochi che ha iniziato e concluso la carriera con lo stesso procuratore, perché per me l’amicizia vale più di un contratto”.
Non possiamo non parlare dell’esperienza carceraria. Che segni le ha lasciato?
“Nella sfortuna ho avuto la fortuna di essere in una sezione ad alta sicurezza, dove tutti mi hanno aiutato. Il carcere mi ha insegnato che nella vita, per essere felice, bastano le piccole cose, come passare il tempo con tua moglie, i figli, le persone a cui vuoi bene. Prima di entrare in carcere avevo tanti amici, oggi ne ho due, tre: è servito anche a questo. Quando sono uscito poi ho fatto due anni e mezzo di affidamento. Mi preme quindi ringraziare l’Uepe (Ufficio interdistrettuale esecuzione penale esterna) di Lecce”.
Oggi gestisce una società di calcio femminile, l’Asd Fabrizio Miccoli, dove si occupa della scuola calcio. Che esperienza è e che ruolo ha avuto una donna come sua moglie Flaviana nella sua vita?
“Con la prima squadra siamo ai playoff e speriamo di andare in C. Sarebbe fantastico portare a San Donato squadre come Palermo, Salernitana, Matera… il calcio femminile mi ha riportato indietro negli anni, a un calcio fatto di passione, di voglia di allenarsi anche a tarda sera. Di Flaviana che dire? Per me è stata fondamentale, è il mio faro. Senza di lei non so se ce l’avrei fatta”.
Come vede Miccoli fra dieci o venti anni?
“Me lo immagino sereno, tranquillo, con pochi amici, la famiglia accanto e con un pallone vicino”.
Intanto l’appuntamento è per il 26 settembre, quando a Palermo sarà in programma quella partita d’addio al calcio che Fabrizio non ha potuto disputare. Il ricavato da parte di Miccoli andrà alla Fondazione Falcone. Fra l’altro proprio alla Kalsa, quartiere cittadino che ha dato i natali a Falcone e Borsellino, il Romario del Salento contribuirà alla costruzione di un campo da calcio. Nella speranza che vi crescano altri talenti come lui.