Addio ad Alex Zanardi, il ragazzo che aveva respinto il destino

Aveva vissuto almeno due volte. Prima da pilota, poi da messia. Ispirava e insegnava anche quando era rimasto senza gambe. Nel 2001 l'incidente che lo costrinse sulla sedia a rotelle. Da lì la nuova vita: i mille successi in handbike e nel triathlon.  Un uomo con il cuore molto più grande di quei muscoli che pure facevano spavento

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2 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 08:56 AM
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Di lacrime ne avevamo già versate a fiumi negli anni, ma quando arriva la notizia della morte di Alex Zanardi, ne arrivano ancora. Perché quel ragazzo che aveva già respinto il destino nel 2001 sembrava immortale. Invece il destino lo aspettava al varco un’altra volta, quando nel 2020 è finito contro un camion con la sua bicicletta. Un incidente terribile che lo ha fatto sprofondare in un buio da cui non si è più ripreso. E nella notte, quando ancora doveva raggiungere i 60 anni, la sua luce si è spenta per sempre, lasciando un vuoto pazzesco in chiunque lo avesse conosciuto, perché Alex era uno che riempiva la vita di chiunque, che ispirava, che insegnava anche quando era rimasto senza gambe.
Alex Zanardi da Castelmaggiore aveva vissuto almeno due volte. Prima da pilota, poi da messia. Ha cominciato correndo in kart e poi in auto, vincendo tanto, tantissimo, negli Stati Uniti dove il tuo faccione era finito anche sulle scatole dei cereali come capita solo a quelli davvero popolari. In Formula 1 non ha avuto tanta fortuna, 44 gran premi, un solo punticino e un incidente che lasciò tutti a bocca aperta a Spa all’inizio degli anni Novanta. Papà che faceva l’elettricista gli aveva insegnato l’etica del lavoro, la morte di sua sorella in un incidente stradale quando aveva solo 12, gli ha fatto capire che cosa c’era nella vita oltre ai tricicli e alla gnocca. Ha cominciato presto a vedere anche l’altra faccia della medaglia. A 27 anni ha perso il papà a cui era legatissimo e da cui ha imparato una manualità straordinaria. E il suo dispiacere più grande è che papà non abbia potuto vedere il sorpasso che due anni dopo ha rifilato a Bryan Herta al Cavatappi di Laguna Seca, una mossa che poi due anni fa gli ha copiato anche Valentino Rossi. Quando vinceva in America (10 pole, 15 vittorie, due campionati) festeggiava con un “Donut”, un tondo a ruote fumanti. L’America impazziva per lui. L’Italia lo guardava da lontano e lo applaudiva, ma ancora non lo aveva scoperto. Il mondo non lo aveva ancora scoperto perché fino all’incidente del 2001 Alex era soltanto un pilota, un protagonista del suo mondo veloce e rumorose. Un ragazzo simpatico, con la battuta e la barzelletta sempre pronta, ma solo un pilota.
“In cinque minuti di terrore ti sei costruito una vita di luci e di possibilità”, scherzava  Luca Bizzarri e lui rideva e gli dava corda perché sapeva che in fin dei conti era vero. Spesso diceva che non avrebbe voluto tornare indietro a quando aveva le gambe e correva con suo figlio Nicolò sulle spalle. “Quando mi sono risvegliato dopo l’incidente e dopo aver ricevuto l‘estrema unzione ho pensato alla metà che era rimasta attaccata al mio cuore, non  a quella che non c’era più”. Gli piaceva da matti la sua seconda vita, non l’avrebbe scambiata con la prima. Aveva incominciato quasi per caso dopo aver incontrato un atleta paraolimpico in autogrill. Vittorio Podestà lo stava aspettando al varco, incazzato come pochi perché qualcuno aveva parcheggiato una mega Bmw sul posto riservato ai disabili. Quando ha visto arrivare Zanardi l’incazzatura ha lasciato il posto a una chiacchierata infinita che presto è diventata amicizia. Vittorio aveva sulla macchina la sua handbike, Zanardi l’ha vista ed è nato l’amore. Ha capito a cominciato per divertimento, per sfogare la sua energia. Ma conoscendosi ha capito presto come sarebbe finita. Se si mette in testa un traguardo pur di raggiungerlo poi si prosciuga anche l’ultima goccia di energia. Nulla, a parte gli abbracci di sua moglie Daniela, il suo angelo, gli dà più gioia di una bella sudata. Così ha cominciato a lavorare sui muscoli e sull’attrezzo. Montava e smontava la handbike, si rovesciava, finiva nei fossi… “Una volta sono finito fuori strada e la signora che è venuta a soccorrermi è quasi stata male. Pensava mi fossi ridotto così con quel volo. Stia tranquilla signora le avevo già perse da un’altra parte, le ho detto”. Ma una volta incominciato a mulinare le braccia non ha più smesso: quattro ori e due argenti olimpici, maratone a Roma, New York e in cento altre città e poi la fatica delle fatiche, l’iron man delle Hawaii… Il triathlon per gli uomini d’acciaio. Nuoto, bicicletta e corsa per quelli normali. Nuoto (senza gambe), handbike e poi carrozzina: 3,86 km in mare, 180,25 in bicicletta e poi una maratona (42,191). Una sfida che ha preso con la solita grinta chiudendola con un tempo che ha costretto gli organizzatori a non volerlo più perché andava troppo forte…. Ha ricominciato a correre anche in auto vincendo pure con la Bmw al Mugello nel turismo e provando pure a correre nelle gare di durata come la 24 ore si Spa. Il mondo paraolimpico però è diventato la sua vera seconda vita, ma a quel punto oltre al campione autentico è uscito l’uomo con tutti i suoi valori.  E’ diventato popolare come una sta della tv con la differenza che aveva sempre qualcosa di intelligente da dire. Non c’è palco dove non lo abbiano applaudito. Non c’è tv che non lo abbia invitato. E lui non cambiava mai. Restava sempre lo stesso Alex Zanardi da Castelmaggiore. Un uomo con il cuore molto più grande di quei muscoli che pure facevano spavento.