La Formula 1 ai tempi di Alboreto

Per ricordare il pilota ci tuffiamo nei ricordi di Ezio Zermiani: “Michele era schietto e sincero. Ferrari mi disse: gli abbiamo rubato il Mondiale”. Quel 1985 poteva davvero essere il suo anno. A un certo punto, però, la sua Ferrari cominciò a rompersi e per Michele non ci fu nulla da fare

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25 APR 26
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Michele Alboreto (1956-2001) in pista con Mauro Forghieri. Nella foto piccola Zermiani con Michele e la moglie Nadia e il biglietto dell’Ingegnere. Accanto foto di gruppo dei piloti italiani (Alboreto, Nannini, Patrese) ai 50 anni di Zermiani (foto Getty)

Michele Alboreto è il simbolo di una Formula 1 che non c’è più. Di un mondo dove tutto andava a 300 all’ora e in qualche stagione pure con il turbo, ma i protagonisti non erano obbligati a recitare una parte. Senza social, senza la pressione mediatica e i guadagni di oggi, c’era più genuinità da parte di tutti. Per ricordare Michele che se ne è andato su un’assurda pista tedesca esattamente 25 anni fa, ci tuffiamo nei ricordi di Ezio Zermiani che di quell’epoca è stato il grande menestrello, portando la voce dei protagonisti nelle case degli italiani. Con Michele aveva un rapporto speciale anche perché nel 1985, si inventò “27 Rosso”, una trasmissione dedicata alla Formula 1 che partiva proprio da Michele e dalla sua macchina.
“Era il 1985 – ricorda Zermiani – Su suggerimento dell'ingegner Forghieri che aveva intuito la potenzialità della Ferrari in quella stagione, partimmo con l’idea di una trasmissione fatta su una sola macchina, quella di Michele. Lui parlava, giudicava, spiegava. Una cosa mai vista”. Alboreto era così: asciutto, essenziale, mai banale. “Non diceva una parola in più, ma quelle che diceva erano tutte necessarie”. Ma la cosa incredibile era come e quando Michele raggiungeva gli studi di Milano per registrare la trasmissione. “Al mattino provava a Fiorano, poi, concluse le prove, saltava il muretto dei box prendeva la sua macchina e senza mangiare, senza riposare, volava da noi in studio. Vi immaginate un pilota disposto a fare una cosa simile oggi?”. “Ferrari – racconta Zermiani – guardava quella trasmissione con sospetto e curiosità. Faceva finta di ignorarla, poi mi punzecchiava: cerchi di fare domande giuste, perché io sono quello che la guarda”. E quando qualcosa non gli piaceva, minacciava di spegnere la tv e diceva a Zermiani: “E lei non avrà più audience perché la guardo solo io”. Ma in fondo, quella voce autentica lo colpiva. Anche se non sempre lo ammetteva. Michele non era un pilota da politically correct. Se c’era da dire diceva e non era faziosamente ferrarista. Ammetteva anche gli errori. “Diceva le cose come stavano – spiega Zermiani – E la visione del pilota, certe volte, è cento volte più precisa di quella degli ingegneri”.
Quel 1985 poteva davvero essere l’anno di Michele. Fino all’estate la sua Ferrari era una macchina all’altezza della McLaren e lui reggeva benissimo il passo di Prost. Fino al Gran premio di Germania, il nono dei sedici in calendario, era in testa al Mondiale. A un certo punto, però, la sua Ferrari cominciò a rompersi e per Michele non ci fu nulla da fare. “L’Ingegnere mi diceva: glielo abbiamo rubato”, ricorda Zermiani. Ritardi tecnici, scelte sbagliate, problemi al motore: una concatenazione di errori impedirono a un italiano di riportare il titolo a Maranello. “Non lo dirà mai nessuno, ma è andata così”.
Eppure, al di là dei risultati, resta l’uomo. “Michele non è mai cambiato – insiste Zermiani – dalla gavetta fino alla Formula 1, Alboreto è rimasto quello degli inizi: curioso, diretto, persino ironico”. Il suo racconto della visita di Michael Jackson a Maranello vale un pezzo da cabaret. “Ferrari qualche volta gli chiedeva di ricevere i clienti più importanti. Così toccò a Michele ricevere Michael Jackson e a fargli fare una visita della fabbrica. Più che alle auto era interessato ai colori e alla fine decise di prendersi un’auto bianca, una rossa e una gialla. Quando Gozzi andò a riferirlo a Ferrari, l’Ingegnere chiese ma che lavoro fa quello lì? Canta. Canta l’opera? Ma no ingegnere. E lui: allora non può avere tutti quei soldi, andate un po’ a chiedere alla banca se ha tutta quella disponibilità. E Gozzi andò allo sportello del Banco di San Geminiano dove non sapevano neppure da dove cominciare… Ma su Michael Jackson solo Ferrari aveva dei dubbi. A un certo punto Michele lo accompagnò a incontrare Ferrari. Lui si presentò con una tunica bianca, l’ingegnere gli regalò una cravatta che quello indossò come una stola… Poi al momento dei saluti, Jackson baciò la mano a Ferrari che in dialetto disse: quel lì l’è un buson”. Un commento che oggi verrebbe censurato. Come quello che fece Michele dopo averlo portato a fare un giro di Fiorano accanto a lui: “L’ho sbiancato! Michele era così, sapeva anche scherzare”.
Dall’album dei ricordi di Ezio Zermiani esce un altro aneddoto. “Un inverno eravamo tutti a Sestriere per la settimana bianca dei piloti. Quell’anno la Piaggio aveva messo in palio una Vespa per ogni pole position e c’erano delle Vespe esposte in hotel. L’ultima sera io e Michele ne caricammo una in ascensore e la portammo in camera di un amico giornalista. Gliela lasciammo lì con un bigliettino che lasciava intendere fosse un regalo. Il mattino dopo ci nascondemmo vicino alla reception per osservare la scena e sentire il malcapitato dire: alla Vespa poi ci pensate voi. Con il portiere che rispondeva: non si preoccupi appena libera la camera apriamo le finestre e la vespa se ne va. E il giornalista: no, ma io intendo il motorino, quello che mi è stato regalato… Il portiere lo guarda con due occhi fuori dalle orbite, non capisce. Il collega insiste, vuole la Vespa a casa sua… a quel punto saltiamo fuori noi e rido ancora adesso a pensarci”. Questo per dire quanto Michele era alla mano. Sempre lo stesso anche se la sua popolarità stava crescendo velocemente. “La cosa più bella che mi ha fatto fare è stata quando per una puntata di Natale mi caricò sulla F40 che era ancora un prototipo e mi portò a Milano. Il tutto filmato con i mezzi dell’epoca per farne un programma che ancora oggi potete vedere su YouTube. Immaginatevi come la guardava la gente e il benzinaio…”. Un gran colpo, ma Ferrari quando lo venne a sapere manifestò tutti i suoi dubbi. “Poi il giorno della messa in onda dissi a Gozzi di accendergli la tv all’ora giusta… qualche giorno dopo mi arrivò un biglietto scritto con il classico inchiostro viola: “Caro Zermiani, l’ho seguita, molto bello. Grazie e congratulazioni”. Complimenti a Ezio, ma anche a Michele che aveva avuto l’idea di quel viaggio sulla prima supercar della storia. Chissà come si divertirebbe oggi Michele a vedere finalmente un italiano su un’auto vincente. La Formula 1 non è quella di Alboreto, ma questo Antonelli…