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La ferita che cambiò il tennis
Nel 1993 l’aggressione a Monica Seles che riscrisse il destino della Graf. Quella data cambiò per sempre le norme di sicurezza nei tornei di tennis, rendendole più severe. Ma aveva cambiato anche la vita di una ragazza
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25 APR 26

La tedesca Steffi Graf e la statunitense Monica Seles TIMOTHY CLARY / ANSA
Uno dei più grandi “what if” nella storia dello sport ci riporta al 30 aprile del 1993. Sono passati 33 anni. “Non è facile per me convivere con la consapevolezza di essere numero 1 perché lei è stata aggredita”. Lo disse Steffi Graf, dopo che un pazzo sconsiderato le aveva tolto dal campo la sua acerrima rivale: Monica Seles. Meno di un anno dopo, nella vicenda che ha anche ispirato il film “Tonya”, la pattinatrice Nancy Kerrigan fu aggredita al ginocchio da un sicario ingaggiato dall’ex marito della rivale Tonya Harding, per impedirle di partecipare ai campionati nazionali e alle Olimpiadi. Il piano fallì, con Kerrigan che vinse l’argento a Lillehammer e la Harding squalificata a vita.
Ma torniamo al 30 aprile 1993. I fatti. Torneo di Amburgo. Prima partita dei quarti di finale. La numero 1 del mondo, dopo aver battuto nei primi turni la svedese Strandlund e l’argentina Tarabini, affronta la bulgara Magdalena Maleeva. Punteggio: 6-4, 4-3 per la Seles. Entrambe le tenniste sono sedute al cambio di campo. Monica è leggermente piegata in avanti per dissetarsi. Forse, ma anche qui siamo nel campo del “what if”, quella leggera flessione le salverà la vita. Dalle tribune scende improvvisamente un uomo di 38 anni. Si chiama Günter Parche. Tedesco, senza occupazione. Ha un coltello in tasca. Nessuno può sospettare cosa albergasse nella sua mente malata. Ma il suo disegno è lucidamente chiaro. Vuole punire Monica per avere interrotto il dominio della sua preferita: Steffi Graf. Una rivalità che stava infiammando il tennis femminile. Al momento le due si erano affrontate dieci volte. Steffi era ancora in vantaggio, 6 a 4, ma la Seles aveva appena vinto gli Australian Open proprio contro la Graf. Lo scettro di regina da Steffi era passato a Monica, che aveva già vinto 7 prove del Grande Slam.
Da gennaio 1991 ad aprile 1993, Monica era arrivata in finale in 33 dei 34 tornei che aveva giocato. A 17 anni era diventata numero 1 del mondo, prima di compiere 20 anni aveva già vinto tre Roland Garros (il primo nel 1990 lo vinse a 16 anni e mezzo), tre Australian Open e due Us Open. Le mancava solo Wimbledon (che non avrebbe mai vinto). Aveva stupito il mondo anticipando di anni il tennis femminile che avremmo visto dopo il duemila. Colpiva la pallina impugnando la racchetta con due mani sia di dritto che di rovescio. Sempre in anticipo, sempre in spinta, aggressiva mentalmente e capace con i suoi gemiti ad ogni colpo di mandare anche psicologicamente fuori giri le avversarie.
Quella mattina ad Amburgo tutto stava andando come al solito. La partita era in equilibrio ma, come accadeva quasi sempre, nei games finali di ogni set (era già accaduto nel primo) Monica saliva ad un livello impossibile per le avversarie. Stava ancora sorseggiando acqua quando improvvisamente sentì un forte dolore alla schiena. Si girò d’istinto, vide un uomo che indossava un cappellino da baseball e, sogghignando, alzava le braccia. Scorse nella sua mano un lungo coltello. Secondi drammaticamente interminabili. Günter non voleva ucciderla, desiderava “soltanto” fermarla per consentire a Steffi di riprendersi la posizione numero 1 al mondo. La lama del suo coltello era entrata tra le scapole della tennista, nata a Novi Sad 19 anni prima (2 dicembre 1973), per un centimetro e mezzo. Cinque piccoli centimetri più oltre e la punta avrebbe trovato la colonna vertebrale. Lo squilibrato Günter dopo il primo contatto volle riprovarci. Giusto per essere sicuro di averla ferita davvero. Fortunatamente fu lesto a intervenire un agente della sicurezza che, aiutato anche da alcuni coraggiosi spettatori, riuscì a immobilizzarlo e renderlo inoffensivo. Naturalmente fu arrestato e consegnato alle patrie galere tedesche. Dove per altro ci rimase pochissimo. Inizialmente si è era sospettato un movente politico, legato alle origini serbe della tennista. Nel 1993 la guerra nella ex-Jugoslavia stava toccando uno dei peggiori momenti di violenza, caratterizzata da un intenso conflitto interetnico tra serbi, croati e bosniaci. Sarajevo continuava a essere assediata, mentre la “pulizia etnica” e i crimini di guerra devastavano la regione. Invece le motivazioni dell’uomo erano molto più semplici e riguardavano il suo sconfinato amore per Steffi e la volontà, un filino eccessiva, di volerla aiutare a tornare al vertice del tennis femminile mondiale. Il processo contro Günter Parche fu molto rapido, si concluse nel mese di ottobre del 1993. Fu riconosciuto, ovviamente, colpevole, ma anche mentalmente malato. La condanna, dopo che l’accusa aveva derubricato il gesto da tentato omicidio a lesioni gravi, fu a due anni di libertà vigilata, oltre all’obbligo di sottoporsi a cure psichiatriche.
Nel 1995 i giudici riconobbero che il suo livello intellettivo era talmente sotto la media da non considerarlo più un pericolo. Non la pensavano così alcune tenniste, preoccupate di ritrovarselo in qualche tribuna desideroso di riprovarci. Fortunatamente di lui si persero le tracce. La Bild scoprì che era morto in una casa di riposo tre anni fa, dopo essere stato ricoverato per una quindicina d’anni in stato di semi paralisi. Monica Seles, e buona parte dell’opinione pubblica, considerarono quella sentenza troppo morbida.
La Seles si arrabbiò moltissimo anche per il fatto che il torneo di Amburgo non venne sospeso. Ulteriore beffa: lo vinse Steffi Graf… che quel 30 aprile aveva affrontato, e battuto nettamente, la sorella di Magdalena Maleeva, Katerina. Monica giurò che non avrebbe mai più messo piede in Germania e considerò un oltraggio il fatto che la Wta non congelò il suo ranking, consentendo di fatto alla Graf di tornare numero 1 indisturbata. Anche perché in quel periodo, dopo il ritiro della Evert e il declino della Navratilova, erano rimaste di quella cilindrata solo Gabriela Sabatini, che però aveva già dato il meglio di sé, e Arantxa Sanchez. Troppo poco per fermare quel servizio-dritto devastante della bionda tedesca. Che, per altro, prima dell’arrivo sulla scena della Seles (più giovane di lei di 4 anni) aveva avuto qualche guaio familiare a cui pensare. Il padre, e manager, era su tutti i tabloid tedeschi (immaginate la Bild, che ai tempi vendeva sei milioni di copie) per una presunta liaison con una modella di Playboy. La quale aveva chiesto il riconoscimento della paternità di suo figlio allo stesso Peter Graf, ricattandolo in privato. L’esame del dna avrebbe poi scagionato il padre di Steffi (la modella finì in carcere per due anni), ma la tennista fu molto condizionata dalla vicenda, sia in campo che fuori. Tornando al “what if” iniziale: quanto avrebbe potuto vincere Monica Seles se Gunter Parche si fosse limitato a qualche fischio o alla scaramanzia? Una volta rientrata in gioco, Monica aveva beneficiato dello status di “numero 1 bis”, in coabitazione con Graf, per soli sei tornei. Ma quella coabitazione era solo di facciata. Steffi era ancora una giocatrice solidissima, Monica invece era cambiata per sempre. Nella sua autobiografia, la ragazza di Novi Sad con cittadinanza ungherese e naturalizzata statunitense, scrisse che oltre la carriera quell’aggressione le aveva cambiato anche l’anima: “Fino ad allora ero al centro del mondo. Frequentavo gente famosa, firmavo autografi ai fan, mangiavo nei ristoranti migliori, dormivo negli hotel più lussuosi e mi guadagnavo un modo di vivere fenomenale giocando a uno sport che amavo con tutto il cuore. La vita non poteva essere più bella. Giocare a tennis era la cosa più divertente che potessi fare, ed ero brava a farlo. Poi il mio mondo si sgretolò improvvisamente.”
Dopo quel 30 aprile 1993 la Seles rimase fuori dal circuito per oltre due anni. Il tempo di guarigione della ferita alla schiena fu infinitamente più breve. Ma ce ne fu un’altra, nel suo intimo, che non si sarebbe mai più rimarginata. Monica era comunque talmente forte che sarebbe riuscita ancora a vincere uno Slam (Australian Open 1996) e fare altre tre finali (perdendone due dalla Graf). Il 30 aprile 1993 cambiò per sempre le norme di sicurezza nei tornei di tennis, rendendole più severe. Ma aveva cambiato anche la vita di una ragazza, che avrebbe poi dovuto affrontare anche problemi legati alla depressione e alla bulimia. Oltre ad un tremendo infortunio al piede sinistro durante il Roland Garros del 2003. Fu l’ultima mazzata, quella che la convinse a smettere per sempre. Il tennis stava cambiando sotto i colpi delle sorelle Williams. Ma Monica, da tempo, non c’era più. E poco l’avrebbe aiutata, anche oggi, sentire la conta dei tornei che avrebbe potuto vincere… se. Già… se.