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"Il rugby è una religione. Io faccio il lavoro sporco". Intervista a Valeria Fedrighi
Trentatré anni e settanta cap con la Nazionale, al Sei Nazioni contro la Scozia. Una vita tra Tolosa, Londra e le mischie aperte: seconda linea per scelta, mai per caso.
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25 APR 26
Ultimo aggiornamento: 06:05 AM

Valeria Fedrighi nel 2022 (foto Andrew Cornaga per Epa, via Ansa)
Trentatrè anni. Veronese di Negrar, poi cittadina del pianeta Rugby, da Riviera del Brenta ai Saracens di Londra, dallo Stade Toulousain al Colorno. Seconda linea, 180 per 82, intanto una laurea in Beni Culturali. Contro la Scozia, sabato 25 aprile alle 17.30 al Lanfranchi di Parma, il suo settantesimo “cap” nel terzo turno del Sei Nazioni. Ecco a noi Valeria Fedrighi.
Susan Sarandon, attrice: “Ci sono 108 grani in un rosario e 108 punti di cucitura in una palla da baseball. Quando l’ho scoperto, mi sono fatta cattolica”.
“Quando andai a giocare allo Stade Toulousain, la prima cosa che l’allenatore mi disse: ‘Qui a Tolosa ci sono due cose, l’Airbus, la fabbrica degli aerei, e lo Stade Toulousain, la squadra di rugby. E qui è il rugby è una religione’. Me ne accorsi immediatamente: la città viveva di rugby, sapeva di rugby, si sentiva rappresentata dal rugby. Venivo riconosciuta per strada, altrimenti mi bastava dirlo e tutti si dimostravano contenti se non entusiasti, e sempre riconoscenti. Il rugby ha aspetti religiosi. Sempre in Francia un ragazzo stava preparando una tesi di dottorato sulla squadra di rugby intesa come una minisocietà, dove si ricreavano le stesse dinamiche tra forti e deboli, abili e disabili, amministratori e volontari. E regole”.
Al McGuire, basket: “Pressione? E’ quando guardi una cheerleader e non noti il suo corpo”.
“Tutti siamo sotto pressione. Si impara a conoscerla e gestirla con l’esperienza. L’esordio in Nazionale nel 2017 a Londra, lo Stoop, il campo di fianco a quello di Twickenham, contro l’Inghilterra. Entrai al 75’, le gambe mi tremavano, il fiato mi mancava. Alla prima touche mi ritrovai. Furono comunque i 5’ più lunghi della mia vita. Adesso ho imparato a concentrare la mia attenzione su quelle tre-quattro cose da fare, e questo mi evita di pensare a pubblico e stadio e cedere all’ansia da prestazione”.
Mario Ferretti, radiocronista, annunciando Fausto Coppi: “Un uomo solo al comando”.
“Nel rugby non può succedere, perché il rugby è il lavoro di squadra per eccellenza. Certo, esistono fisici, ruoli, compiti diversi, siamo in 15 ma è come se fosse un solo giocatore, che infine prende una decisione, fa una scelta, e quella scelta non è mai giusta o sbagliata. Andrea Di Giandomenico, il mio primo allenatore in Nazionale, sostiene che l’errore non è un problema, il problema è la reazione all’errore, è quello che cambia un’azione e può cambiare una partita. Ma tornando a Coppi, anche noi abbiamo un leader, anzi, diversi leader, ma tutto dipende dal flusso, come se fosse un’onda, come se fossimo su un surf, tutte insieme verso lo stesso obiettivo. Ci sono ruoli più o meno visibili: un mediano di apertura si nota di più che un seconda linea. Lo dico io, specializzata in lavoro sporco, quello di pulire le ruck, le mischie aperte, i raggruppamenti”.
Beppe Viola, giornalista e scrittore: “Rompersi una gamba col volley è come avere un infarto a Disneyland”.
“Il rugby è sport di contatto e combattimento, lotta e botte. Sono stata fortunata: finora nulla a ginocchia e caviglie, ma a dita e mani. Dita, quando giocavo proprio a pallavolo, da bambina. E mani, da rugbista, destra e sinistra, due operazioni e tre mesi ogni volta prima di ricominciare. E pensare che, fra tutte i requisiti del rugby, quello del combattimento non è il mio preferito. La preparazione fisica diventa sempre più importante, i livelli fisici, in questi ultimi 10 anni, si sono alzati enormemente, e questo cambia l’approccio e le strategie del gioco. Per esempio, si gioca molto di più al piede”.
Muhammad Ali, boxe: “Ero così veloce che avrei potuto alzarmi dal letto, attraversare la stanza, girare l’interruttore e tornare a letto sotto le coperte prima che la luce si fosse spenta”.
“La velocità non è mai stata il mio forte, semmai i punti di incontro, il sostegno e poi le touche, alzare e saltare”.
Richard Burton, attore, a proposito del rugby: “Uno spettacolo magnifico: balletto, opera e all’improvviso il sangue di un delitto”.
“Non conoscevo questa definizione, ed è proprio così, perfetta. La touche è un balletto, lo dico sempre alle mie compagne, tra movimenti e finte, ciascuna e insieme, passi da ripassare, ripetere a memoria, coordinandosi. Poi c’è l’opera, un caos controllato, un disordine ordinato e anche qui coordinato. E all’improvviso il sangue di uno scontro fra gli avanti, per esempio in un pick and go, e il delitto di una meta”.
Bobby Fisher, scacchi: “Gli scacchi somigliano al basket: i giocatori si passano la palla finché non trovano un varco, proprio come negli scacchi, proprio come in un attacco che porta al matto”.
“Forse più nel rugby a sette che a quindici, anche se non ho mai visto scacchi che pesano 80 kg o 100 come certe sudafricane”.
Proverbio inglese: “Non smettiamo di giocare perché siamo vecchi, ma invecchiamo perché abbiamo smesso di giocare”.
“Gioco finché mi diverto, finché il corpo mi dice che posso farlo. Il giorno in cui smetterò, vi dirò”.